Il ragazzo dell’ultimo banco (Lara Cambareri e Jara Contesso)

Il ragazzo dell’ultimo banco, spettacolo messo in scena dal Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, tratto dall’omonimo testo di Juan Mayorga, si apre con l’immagine di un professore di letteratura, interpretato da Danilo Nigrelli, ormai stanco dell’ignoranza intellettuale dei suoi ragazzi e della sua vita. Durante la correzione di alcuni temi dei “barbari”, termine da lui utilizzato per descrivere la generazione rappresentata dai suoi alunni, s’imbatte e si sofferma su uno in particolare, quello di Claudio (Fabrizio Falco), un ragazzo solitario, sempre seduto in fondo alla classe.

Da quel momento si instaurerà un rapporto molto ambiguo di manipolazione e seduzione reciproca. Con il tema, Claudio, crea un mezzo, attraverso il quale farsi ascoltare e guidare da Germán, che dal suo canto vuole proiettare il suo sogno giovanile sul ragazzo e al contempo smuovere la sua vita ormai piatta.

Questo rapporto alunno/Insegnante si evolverà nel corso della rappresentazione. Oltre all’efficacia della storia e la bravura degli attori, un’ulteriore punto di forza è la regia; la direzione è affidata a Jacopo Gassman, pone come obbiettivo, quello di rispettare i canoni e la struttura dei testi di Mayorga, favorendo così un finale aperto, lasciando allo spettatore il compito d’immaginare una conclusione, dimostrando di saper coinvolgere il pubblico all’interno della vicenda.

Per ultima, ma certo non per importanza, va considerata attentamente la scenografia, che in più punti della storia fa da protagonista, poiché grazie alle capacità e all’ingegno di Guido Buganza, si vengono a creare dei rapporti fra scenografie reali e digitali, che si alternano in modo fluido e convincente, passando da un luogo all’altro, attraverso il movimento di alcune parti della scena, come: il letto o le pareti delle stanze.

Vedere questo spettacolo è stato interessante sotto molti punti di vista: riprendeva molti temi attuali, come lo scarso interesse di Germán all’inizio nei confronti dei suoi allievi, una situazione che purtroppo sta diventando sempre più frequente e comune della scuola di oggi; e ancora la scarsa capacità, o interesse di riconoscere l’arte, anche nelle sue nuove forme, non ritenendola una “materia” necessaria per la vita.

Nonostante l’ottima riuscita, vi sono alcune critiche: ad esempio, una situazione interessante, ma che risulta alquanto banale è come viene costruita la famiglia di Rafa, modello del tipico stereotipo del nucleo famigliare borghese americano. A livello tecnico, invece, risultano dei buchi che sarebbero stati, forse, facilmente evitabili se affrontati diversamente (vedi ad esempio quando viene avanti il letto, momento nel quale non vi è alcuna recitazione). Oppure la posizione degli attori quando non recitavano, seduti su dei cubi non si capiva se erano contemplati all’interno della scena o meno.

 

 

 

 

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