Togliere il cappio dal collo [Fabiana Ponte]

Dall’8 al 10 maggio 2019, al Piccolo Teatro Strehler, va in scena “The Repetition, Histoire(s) du théâtre (I) di Milo Rau”.

Silenzio, in un attimo non ci si trova più a Milano ma a Liegi, in una notte dell’aprile 2012.  Ihsane Jarfi, è appena fuori da un bar gay, parla con un gruppo di ragazzi in una Polo grigia. Due settimane più tardi, il suo cadavere viene ritrovato al limitare di un bosco. È stato torturato per ore e lasciato, sotto la pioggia, nudo a morire.

In quella che sembra un’inchiesta, si rivivono gli ultimi attimi di Ihsane e di chi lo ha perso. 

Il regista, Milo Rau, trae spunto da questa tragedia per trattare di un suo interrogativo su come la violenza debba essere portata sulla scena e come essa venga influenzata dal teatro; su come riprodurre la realtà e ripeterla.

«Punto di partenza del mio lavoro è come la realtà può essere influenzata dal teatro e, al contrario, come possa essere rappresentata sulla scena» 

Da subito si intuisce che lo spettacolo è suddiviso in capitoli, cinque con l’aggiunta di un “Sesto” nonché il più importante. 

“La ripresa”. E’ il primo capitolo. 

Ci si ritrova in una situazione di ironia, si viene messi a proprio agio, con piccole battute da parte degli attori durante i singoli provini. Un provino che vede protagonisti solo tre personaggi, non attori professionisti ma persone che fuggono dalla disoccupazione. Con l’attore Tom Adjib ci si immerge in una riflessione sulla figura dell’attore e sul teatro, spiegata attraverso il significato che lui attribuisce al teatro.  Racconta di un attore che dichiara al pubblico che metterà il cappio intorno al collo e lascerà cadere la sedia. Potrà resistere una ventina di secondi, al massimo. Se qualcuno si alzerà dalla sua poltrona, si salverà; se nessuno lo farà, morirà il personaggio ma anche l’attore.

Durante lo spettacolo veniamo posti di fronte a quelle che furono le parole dette durante il processo, ai “perché” dei genitori di Ihsane e del suo ragazzo; si ha un contatto diretto con il dolore di chi lo ha perso e in parte se ne condivide il peso. 

Per la messa in scena di questo spettacolo ci sono voluti 5 anni. Tutta la fase di ricerca si sente e viene raccontata dagli attori stessi: Fabian che, per via del suo “volto da cattivo”, interpreta uno dei tre assassini, è stato personalmente in carcere a parlare con colui che dovrà poi interpretare nello spettacolo, per comprenderne meglio i stati d’animo e, probabilmente, per far conoscere anche la sua versione. 

Ed ecco che siamo li, nel baule della macchina insieme a Ihsane. E’ la scena dell’omicidio. Grazie alla maestria registica di Milo Rau, si è completamente coinvolti in quello che sta accadendo sul palcoscenico.  Una Polo grigia vera e propria in scena, il rumore del motore, l’effetto della pioggia riflessa dai fanali della macchina. Il tutto accentuato dalla ripresa in diretta di ciò che sta avvenendo, sullo schermo. 

La finzione si confonde con la realtà, tanto da far sembrare vero ogni singolo pugno sferrato a Ihsane.

Ci si trova in una situazione completamente diversa da come il tutto è iniziato. Il pubblico è come bloccato, costretto a confrontarsi con una realtà di violenza che sembra lontana da lui, ma che le  è così vicino. E’ il momento più crudo dello spettacolo, la violenza non viene censurata.

Silenzio. Ecco cosa rimbomba in quei momenti nella scena. Un silenzio di colpa, come se fosse stato il pubblico stesso a commettere quel crimine.

“Il sesto”

Gli attori escono dai loro personaggi per tornano a essere persone, se si legge tra le righe sembra come se stessero invitando il pubblico a fare lo stesso, a uscire dallo stato di semplice spettatore. In qualche modo si sente un rimando al primo capitolo, come a voler chiudere un cerchio.

Sara De Bosschere si pone di fronte al pubblico e racconta la loro esperienza nel trattare uno spettacolo come questo, raccontando anche quelle che furono le impressioni dei parenti di Ihsane. Per concludere recita, interamente, “Impressioni teatrali” di Wislawa Szymborska, già citato all’inizio dello spettacolo da Tom Abijb.

 “per me l’atto più importante della tragedia è il sesto: il togliere il cappio dal collo”.

Emozionante è l’intervento di Tom mentre canta “Canzone del gelo” dal King Arthur di Purcell (1691). Tutto è fermo, terminato l’assolo informa di essere giunti alla fine dello spettacolo, che per lui può solo che finire in un modo: con l’attore che sale su una sedia al centro di un palco, fa calare una corda con un cappio dal soffitto, salire sulla sedia e…  buio.

Scenografie.   Scene e costumi: Anton Lukas

La scenografia non presenta cambi di scena, è costruita come un set. Si potrebbe dire che il palcoscenico è diviso in “settori”: la zona dedicata alle interviste, che diventerà il punto dove verrà commesso l’omicidio, una “zona bar” a rappresentare il pub dove si trovava Ihsane, la camera da letto dei genitori e la stanza dove si trovavano gli assassini quella sera. Parte della scenografia è costituita da uno schermo, la sua presenza ha diverse funzioni. Lo spettacolo viene recitato in francese, per questo risulta necessario per i sottotitoli in italiano. Un’ altra funzione è quella di duplicare la scena che si svolge sul palco. Fin da subito lo si vede usato per le riprese delle interviste, con un primo piano dell’attore accentuando ogni dettaglio, che da lontano si sarebbe perso. La macchina da presa indaga la scena e i personaggi con un forte realismo, andando ad amplificare la realtà.

Tutto lo spettacolo è un gioco tra più livelli di realtà. Lo spettatore viene immerso in questo “gioco” tra ciò che esiste e ciò che è finzione.  Vi sono diversi livelli di narrazione: quella dell’attore che interpreta l’attore stesso, quella dell’attore come personaggio e della macchina da presa. Essi si mescolano in continuazione, passando dal personaggio all’attore e viceversa. Un esempio è l’intervista che viene fatta ai genitori di Ihsane, nudi davanti alla telecamera, indifesi di fronte al dolore di aver perso un figlio. In mezzo a questa scena straziante si ha un’interruzione con la domanda da parte di Johan Leysen a Suzy “Hai freddo?”. Ecco che dalla realtà del personaggio si viene riportati a quella dell’attore. Anche l’uso dei video crea una certa “fatica”, per lo spettatore, nel riconoscere ciò che sta venendo ripreso davvero in palcoscenico e ciò che è stato ripreso in un primo momento.

Commento Personale.  

Uno spettacolo come quello di Milo Rau, una volta chiuso il sipario, lascia allo spettatore diverse emozioni. Ho avuto difficoltà nel dare un giudizio appena uscita dalla sala su ciò che avevo appena visto, questo perchè ci si sente quasi carnefici dell’omicidio di Ihsane. Sono stata però colpita da un vortice di sensazioni: perdita, paura, sfiducia, crudeltà e vergogna. Si viene talmente coinvolti nella vicenda che, l’angoscia dei genitori nel non veder tornare a casa il figlio, la perdita di dignità di un corpo lasciato nudo, il dolore per l’uccisione di Ihsane la si prova in prima persona. Terminato il tutto non ho potuto fare a meno di pormi delle domande, riflettere su ciò che mi era stato appena mostrato. Nonostante tutto quello che in passato si è vissuto, si parla ancora di “diverso”, in questo caso sia per orientamento sessuale che per origine. Per questo “diverso” si prova ancora una forte repulsione, tanto da togliere la vita a un altro essere umano.  La cosa che spaventa più di tutte è la veridicità di quello che è stato messo in scena. Non si sta parlando di una situazione utopica, ma di una realtà che, purtroppo, ci appartiene.

Non si è abituati a vedere questo tipo di violenza a teatro, ma è una realtà che esiste e che deve essere mostrata. E’ un invito al pubblico e ad uscire dalla propria condizione di semplici spettatori della vita. Succede sempre più spesso che davanti a una scena di violenza si preferisca “non guardare”, ancora peggio restare a guardare e senza intervenire. 

Il caso di Ihsane è solo uno tra i tanti atti di violenza che si sentono ogni giorno.

Fabiana Ponte.

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