I manoscritti non bruciano [Virginia Carucci]

Il Maestro e Margherita a teatro

«… Dunque tu chi sei?» «Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene».

Goethe, Faust

Il diavolo e una donna, un poeta e un maestro, un profeta e un procuratore. La Mosca degli anni Trenta e la Gerusalemme culla del cristianesimo. E la fantasia travolgente di uno scrittore a cui tocca fare i conti tra realtà e finzione, verità e inganno.

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov è questo e molto altro. Difficile sintetizzare in poche righe l’essenza di un romanzo che tratta, con una prosa complessa e originale, temi universali, quali vita e morte, Bene e Male, religione e ateismo, amore e magia, politica e storia.

Impresa ardua e di grande responsabilità, dunque, quella di maneggiare un testo proteiforme senza intaccarne la natura espressiva e narrativa. La moltitudine di personaggi, situazioni, luoghi, temi che si dipanano lungo il corso del romanzo è un fattore considerevole con cui ci si deve confrontare con estrema pazienza e abilità analitica. Soprattutto in una riduzione teatrale.

Su questo presupposto il regista Andrea Baracco e la drammaturga Letizia Russo hanno interpretato e sintetizzato il capolavoro di Bulgakov in un piacevolissimo e ben congeniato spettacolo di 3 ore.

Il risultato è una riscrittura che, nonostante i cospicui tagli narrativi, ha saputo mantenere e valorizzare i temi e le vicende cardine del romanzo. Scompaiono infatti le innumerevoli avventure degli aiutanti del diavolo Woland, le numerose personalità dell’associazione letteraria Massolit, l’assassinio di Giuda di Kiriat; ma rimangono i momenti strutturali ed emotivamente intensi dell’opera, trasposti con soluzioni teatrali funzionali ed efficaci.

In quest’ottica si è rivelato estremamente emozionante il racconto del Maestro (Francesco Bonomo) al poeta Ivan (Oscar Winiarski), nella clinica psichiatrica di Mosca in cui sono rinchiusi: il Maestro, mentre narra il proprio dramma, ha la possibilità di rivivere sulla scena il primo incontro con l’amata Margherita (Federica Rosellini), che si materializza di fianco a lui, pronta a ripercorrere le tappe del loro amore tormentato.

Anche l’iniziale passaggio dalla Mosca sovietica alla Gerusalemme romana esemplifica l’efficacia e l’intensità delle scelte registiche nel raccontare in modo originale lo spirito del testo. Un attimo prima siamo a Mosca, Berlioz (Francesco Bolo Rossini) e Ivan stanno discutendo sulla figura storica di Gesù Cristo con Woland (Michele Riondino), mentre l’attimo successivo ci spostiamo nella Gerusalemme di Ponzio Pilato, dove il poeta è tramutato nel profeta Ieshua, poco prima di essere giudicato dal procuratore della Giudea.

Tante altre le soluzioni teatrali del testo narrativo, semplici ed incisive: la grandiosa serata di magia nera vissuta in un confronto verbale tra Woland e Margherita; lo scatenato viaggio a cavallo di un manico di scopa della strega Margherita tramutato in un cantilenante dondolio sull’altalena; il ricevimento al ballo di plenilunio riletto come una sfilata su passerelle di legno.

Tutto questo prende vita in uno spazio scenografico essenziale: una stanza nera incisa di segni di gesso e null’altro. La ricostruzione degli ambienti in cui si svolge l’azione è lasciata all’immaginazione dello spettatore; aiutata solamente da un parco uso dell’attrezzeria: un elegante divano per l’appartamento di Woland, un materasso sgualcito per la clinica psichiatrica, un’anonima scrivania per l’ufficio del Teatro di Varietà.

I personaggi sono integrati nell’ambiente spoglio grazie ad una sapiente scelta dei costumi, in linea oltretutto con la psicologia o la realtà storica del personaggio. Perciò, se da una parte i moscoviti portano pesanti giubbotti o semplice camicia e panciotto, dall’altra il massiccio gatto Behemot (Giordano Agrusta) indosserà una morbida vestaglia rosa, assecondando i movimenti felpati e danzanti. Di forte impatto visivo la tunica rossa di Ponzio Pilato, unico colore saturo in tutto lo spettacolo, che prosegue lungo il palcoscenico in uno strascico, chiara allusione al potere del procuratore.

Oltre alla componente visiva e alle soluzioni registiche, grandissimo il lavoro degli attori nei rispettivi personaggi. Particolarmente riusciti il sarcastico e demoniaco Woland di Michele Riondino, dalla voce grottesca e il passo zoppicante, e la dolce ma determinata Margherita, resa in tutte le sfumature caratteriali da Federica Rosellini. Anche la corte del diavolo ha dato il suo contributo alla componente sovrannaturale della storia: il già citato Behemot, la scolaretta Hella di Carolina Balucani e il caustico Korov’ev di Alessandro Pezzali.

Nel complesso lo spettacolo ha saputo restituire ad un pubblico di lettori, o semplici frequentatori di teatro, un magnifico capolavoro della letteratura mondiale, facendolo vivere in un modo che solo la magia del teatro può realizzare.

di Virginia Carucci

Il Maestro e Margherita
di Michail Bulgakov 
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco 
con Michele Riondino nel ruolo di Woland 
e Francesco Bonomo (Maestro / Ponzio Pilato)
Federica Rosellini (Margherita)
e con Giordano Agrusta (Behemot)
Carolina Balucani (Hella / Praskoy’ja / Frida)
Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha)
Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha)
Alessandro Pezzali (Korov’ev)
Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo)
Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij)
Oskar Winiarski (Ivan / Ieshua)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa

————————————————————

Giorni felici di Samuel Beckett

Al centro di una pianura inaridita si staglia una collinetta terrosa che imprigiona una banalissima donna di cinquant’anni, Winnie. Winnie è sola e ha bisogno di compagnia, non le basta la presenza del marito Willie, oramai sordo alle sue necessità. Le sue giornate passano dunque lente e inerti e inutilmente tenta di riempirle con fiumi di vuote parole. Indubbiamente la sua reclusione è anormale e assurda, ma la sua esistenza passata a illudersi nei ricordi dei giorni felici è comunemente umana.

Tre sorelle di Anton Cechov

In principio un solare giorno di festa e speranze per il futuro: Olga, Masha, Irina e gli abitanti di casa Prozorov sono allegri e fiduciosi dell’avvenire. Eppure questa gaiezza è un’illusione temporanea. Gli anni passano e i progetti sognati non sono raggiunti. È mancanza di volontà, abitudine a lasciarsi guidare dagli eventi senza cercare di influenzarli. Quattro atti, quattro episodi che degradano verso un epilogo finale, il quale, a dispetto di tutto, è un disperato desiderio di vivere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...