Al Beccaria: rinascere nel teatro [Caterina Rota e Michela Invernizzi]

A Dicembre 2019 ho assistito allo spettacolo teatrale “Romeo and Juliet disaster”, realizzato dall’associazione “Puntozero” (nata nel 1995 dall’iniziativa di  Giuseppe Scutellà e Lisa Mazoni), in collaborazione con alcuni ragazzi detenuti nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano.

Lo spettacolo mi aveva fortemente colpita, perché metteva in luce alcuni aspetti del teatro e del fare teatro che considero alla base del significato di tale arte. Era infatti chiaro che ciò che rendeva lo spettacolo così bello non era l’abilità tecnica degli attori, ma l’autenticità dell’esperienza vissuta da quei ragazzi, quanto questa avesse valore per loro anche rispetto alla condizione che vivono. La mia attenzione e il mio interesse si erano focalizzati su un ragazzo straniero la cui  pronuncia, leggermente zoppicante, non sempre permetteva alle parole di raggiungere con efficacia il pubblico. Probabilmente in qualsiasi altra circostanza questa sarebbe stata percepita come una mancanza, eppure in quel momento io come tutta la platea non potevo far a meno di avvertire un senso di meraviglia nel guardare gli occhi vivi e impegnati di quel giovane ragazzo che, nonostante inevitabili difficoltà linguistiche, non aveva rinunciato alla possibilità di mettersi di gioco e di farlo portando sul palco tutto ciò che era. Il vero spettacolo di quella sera non era scritto su copioni imparati a memoria, ma era cristallizzato in quel gruppo di giovani, inesperti e meravigliosi volti . Quella sera, come forse mai prima, mi è parso evidente quale fosse la vera natura del teatro, che non è la recitazione perfetta di lunghe e complesse parti, provate fino allo sfinimento da un cast di eccellenze; ho visto con sorprendente lucidità come ci sia qualcosa di più, che trascende la performance e che racchiude tutto il significato di uno spettacolo; quel quid, così piccolo e così spesso ignorato, l’indispensabile elemento di discrimine tra un’opera ben recitata e uno spettacolo che sa parlare non agli occhi, ma al cuore.  Mi sono quindi accorta che davvero il teatro può parlare a chiunque! E non è necessario far parte di un’élite culturale per poterlo sentire proprio.

Con l’intenzione di approfondire l’esperienza vissuta abbiamo contattato Lisa Mazoni, per poterla intervistare al riguardo.

“Romeo and Juliet disaster”, foto di Luca Meola

Michela: Come sei arrivata a fare questo lavoro? Come è nato per te questo interesse, e come l’hai seguito nel corso degli anni e degli studi?

Lisa: Il teatro è stato per me una necessità sin dall’adolescenza. Ho fatto il liceo scientifico, ma dai 16/17 anni il teatro è diventato un’urgenza. Non ho fatto accademie, ma ho lavorato con alcuni suoi docenti, ad esempio della Paolo Grassi. Quando ho conosciuto Giuseppe Scutellà e la compagnia Puntozero, intorno al 1998, ho iniziato a lavorare con loro, formandomi come attrice direttamente sul campo. Pianpiano la realtà di Puntozero mi ha coinvolta sempre di più. Recitando, ho sempre cercato di esprimere il mio concetto di arte più che aspettare il provino giusto che mi permettesse di far carriera, inseguendo un’idea commerciale di successo e di fama. Ho preferito sbarcare il lunario con lavori umili piuttosto che rincorrere qualcosa che rischiava di sporcare quella che ritengo essere un’arte legata a una primordialità, qualcosa che ha il compito di rispondere a delle necessità di carattere esistenziale. Quando insieme a Giuseppe è nata la proposta di un teatro nel carcere, un teatro per il sociale, ho visto l’occasione per realizzare la mia idea di teatro, per mettere la mia passione al servizio degli altri. E’ stato un ambito di intervento che ha attirato in tutto e per tutto la mia attenzione.

Caterina: Perché proprio il carcere? Come ci siete arrivati?

Lisa: Un aneddoto divertente è che Mazoni non è il mio vero cognome; io sono nata chiamandomi Lisa Mascalzoni e i miei genitori hanno pensato di cambiarlo anche perché mia madre come cognome aveva Dell’Avanzo… Beh, Lisa Mascalzoni Dell’Avanzo… sembrava troppo ridondante! Perciò hanno tolto delle lettere da Mascalzoni che è diventato Mazoni. Sono nata in una casa che si affacciava su un istituto simile al Beccaria, che negli anni ‘80 -‘90 era considerato un riformatorio, una di quelle strutture  che ora chiamiamo comunità civili e penali. Quindi io mi sono sempre interfacciata con questi ragazzi molto “bulli” e poi i casi della vita hanno voluto che Giuseppe mi facesse conoscere la realtà che lui aveva intercettato come obiettore di coscienza. E dal carcere, quando ci metti piede, è difficile uscire, pure per i volontari…

“Romeo and Juliet disaster”, foto di Luca Meola

Caterina:  Volevo chiederti dello spettacolo “Romeo and Juliet disaster”, è l’unico vostro spettacolo che ho visto. Al di là del testo, tutto mi aveva colpito e volevo chiederti come fosse nato.

Lisa: Giuseppe, direttore artistico, regista e produttore di questa compagnia, lo ha proposto con l’idea di portare in scena qualcosa che fosse nelle nostre corde: Romeo e Giulietta era un testo perfetto per un carcere minorile, a cui sarebbe  stato interessante applicare un taglio comico, avendo ultimamente prodotto diverse tragedie, come l’Antigone… abbiamo pensato che poteva essere interessante affrontare un testo di  Karl Valentin, perché si presta a un dialogo stimolante. L’impulso che ha spinto Giuseppe a proporcelo è scaturito dalla comicità anni venti dell’autore, oltre che dalla sua vena cabarettistica e dalla sua voglia di raccontare, anche in modo grottesco, le vicende di una compagnia che cerca di mettere in scena Romeo e Giulietta.

Michela: Rispetto a lavorare in un teatro canonico, che differenze ci sono a lavorare coi ragazzi del Beccaria, anche su un testo come questo?

Lisa: Che bisogna avere una pazienza infinita. Quando lavori con un professionista dai per scontato che abbia tutta una serie di capacità necessarie per andare in scena. Quando lavori con un ragazzo del Beccaria che magari è straniero, non parla l’italiano, non sa cosa succede in un teatro, non sa leggere, deve imparare un testo che sarebbe difficile anche per un italiano e magari ha problemi comportamentali, gli stessi, forse,  che l’hanno portato ad essere in carcere. Tutte le problematiche che inevitabilmente riguardano i ragazzi, devono essere anteposte alla riuscita della loro performance teatrale e devi essere estremamente paziente; prima ci sono loro e tu devi lavorare affinché loro possano raggiungere dei risultati spesso molto ambiziosi: i testi non vengono mai semplificati, o tagliati, si deve arrivare a quel risultato. Quindi molta disponibilità. Tutto questo, però, fa crescere anche la qualità del lavoro, perché impari ad essere estremamente in ascolto, estremamente generoso. Spesso in una compagnia avvengono delle dinamiche spiacevoli perché si mette in primo piano la propria carriera e la propria immagine. Ciò a cui teniamo invece è proprio l’idea di compagnia, si impara o c’è un gruppo o non c’è niente.

“Romeo and Juliet disaster”, foto di Luca Meola

Michela: C’è uno di questi ragazzi che un po’ ti è rimasto?

Lisa: Ma tutti! Un esempio è Christian, che è un ragazzo che abbiamo conosciuto al Beccaria nel 2015 e che ora è aiutato anche da una famiglia di amici. Uscito dal carcere ci siamo persi di vista; lo abbiamo cercato per farlo partecipare al progetto di Sogno di Una Notte di Mezza Estate, solo che in quel momento lui era in comunità. I percorsi dei ragazzi non sono lineari: nessun percorso di crescita lo è, tanto meno il loro. Anche lui ha avuto i suoi alti e bassi. In un momento di grande difficoltà lo abbiamo accolto in casa nostra per un anno e mezzo;  ora ha ripreso in mano la sua vita e lavora come muratore. Questo è un po’ un esempio, ma storie come queste hanno costellato tutta la nostra esperienza all’interno del Beccaria. Il modo di lavorare con questi ragazzi è totalizzante, non si limita al carcere, ce li portiamo a casa… Un altro esempio felicissimo è un ragazzo siciliano, orfano, accalappiato dalla malavita, che si fa 4 anni al Beccaria. Tramite il teatro si creano relazioni con il mondo del lavoro e ha quindi trovato un’occupazione in uno studio fotografico di alta moda: è passato dal Beccaria alle passerelle! Immaginate cosa questo possa voler dire nella mente di un ragazzo che si è fatto il carcere… Ora è un fotografo di moda con uno studio a Londra, uno a Parigi e uno a Milano zona Brera.. Esempi di un successo simile, però, sono rari, per noi è come cercare le pepite d’oro. Per quanto il nostro intervento voglia essere totalizzante, è rivolto a ragazzi che sono già strutturati, che possono arrivare in carcere a 14 anni, che hanno commesso un reato e possono rimanerci fino ai 26; di solito noi lavoriamo con  ragazzi che hanno sempre almeno 8 anni di detenzione da affrontare, ci mandano i ragazzi che hanno sempre più bisogno. “Strutturati” perché hanno alle spalle realtà molto complesse, familiari e culturali: molti sono ragazzi con mancate diagnosi di disturbi, per cui poi non è che noi si fa il miracolo. Molti di loro avrebbero bisogno di interventi medici, ma l’uso di medicinali non è facilitato dalla vita in carcere; le terapie vengono interrotte, poi riprese e tutto questo crea disordine nelle loro teste, anche gli strumenti per intervenire sono sempre più residuali.

Michela: Grazie, anche quello di Christian era un bell’esempio! Poi penso, magari in modo un po’ sprovveduto da studentessa del terzo anno di scenografia, che se per voi è così bello, allora qualcosa raggiungerà anche loro…

Lisa:
Sì, sì, ma guarda, poi tanti di questi ragazzi avrebbero avuto bisogno che gli fosse stata imposta un’istruzione; tantissimi casi, la maggior parte dei casi che abbiamo avuto, ha al massimo la terza elementare, non sono degli intellettuali… Ragazzini che ti raccontano che in terza elementare già spacciavano. Rispetto a questo target con cui si lavora bisogna sempre considerare che anche l’istruzione è fondamentale. Cosa poi una persona farà dell’esperienza vissuta con noi, questo non lo possiamo sapere, ma non è che una madre manda il figlio a scuola perché ha la certezza che diventerà un ingegnere aeronautico, lo manda perché la scuola è necessaria!

“Romeo and Juliet disaster” , foto di Luca Meola

Caterina: Tra poco mi iscriverò alla magistrale di terapeutica artistica, e mi piacerebbe lavorare coi ragazzi del carcere. Ma mi chiedo, concretamente, un’esperienza così fa la differenza? Almeno uno su cento viene cambiato da questa esperienza? Cosa spinge un ragazzo che vive una condizione di questo tipo a dire “sì” a una proposta come la vostra? I loro volti mi hanno commossa perché nonostante ciò che vivono non mi sembravano arrabbiati..

Lisa: In genere chiunque fa teatro in Beccaria è costretto… Nessuno vuole fare teatro, non sanno cos’è, è per “femminelle”… C’è la cultura del super macho, preferiscono la palestra. Anche Christian non voleva farlo! Tutti quelli che arrivano in teatro sono stati un po’ obbligati. Poi ci sono le fasi, in Beccaria. C’è un riciclo di ragazzi, tutti si passano un po’ la parola che in teatro si sta bene perché è un po’ come stare fuori, per cui tutti poi lo vogliono fare, anche se istintivamente l’avrebbero escluso a priori. Il fatto che poi si trovino bene e diano la sensazione di non covare rancore nei confronti del  giudizio e della pena è quello che dovrebbe essere la rielaborazione del reato, la presa di coscienza del reato, la consapevolezza che devi essere “fermato” perché c’è qualcosa che è andato storto… Perché poi ci sono ragazzi con reati minori, o senza permesso di soggiorno che addirittura tornano al Beccaria perché non sanno dove andare. Chi invece ha dei reati molto gravi alle spalle, grazie ad alcuni percorsi si rendono conto che serve uno stop… Tanti dopo dicono di aver ripreso la propria vita in mano, rompendo delle dinamiche violente, raccontano di essere tornati a sognare. Il 99% sono di estrazione sociale molto bassa, dove la violenza  è di casa, si consuma quotidianamente. Loro stessi sono vittime e il carcere minorile è un momento di passaggio dove si manifesta una personalità rea in quello che poco prima era un vittima. È questo che intenerisce di un ragazzo così giovane, perché senti che puoi ancora cambiare qualche cosa. E appunto, rispetto al cambiamento vero che può intervenire, io so che insieme abbiamo  vissuto dei momenti autentici. Alcuni ragazzi sono stati protagonisti di casi mediatici importanti perché autori di reati indicibili e hanno veramente dimostrato un’autenticità di presa di coscienza e di desiderio di riparare, anche se le loro azioni erano irreparabili. Io ho riconosciuto questa autenticità. Poi la crescita personale è da seguire, noi rivestiamo un ruolo molto particolare, siamo  un po’ un anello di congiunzione tra il carcere e la libertà. Quando il ragazzo acquisisce la sua libertà è giusto che si stacchi. Ci deve essere un cambio. Alcuni ragazzi che ho incontrato nel tempo hanno davvero avuto l’occasione di riparare al loro danno, altri no. Ti cito uno dei ragazzi, non si può definire come “il successo”, ma racconta: “Ho conosciuto Don Gino e mi ha preso in casa come un figlio. Io posso dire che se non avessi incontrato Don Gino avrei fatto molto più male di quello che ho fatto”; cioè lui diceva: “Io non posso essere perfetto, ma posso confermare che se non avessi incontrato questa persona che mi ha dato tutte queste possibilità, sicuramente sarei degenerato.”

Caterina: Ma tu pensi che il teatro sia fondamentale per questo cambiamento?

Lisa: Io penso che il teatro sia l’unica forma di sapere dell’umanità, la forma di sapere originaria che è l’uomo. Il teatro è la manifestazione dell’umano, intesa come conoscenza antropologica: l’uomo si approccia alla vita immaginandosi e teatralizzando la vita per poterla apprezzare. La capacità di astrazione ha avuto origine nell’antichità proprio grazie al teatro e nel teatro si è manifestata. Quindi per me il teatro è uno strumento di conoscenza che tutti dovrebbero provare. Di certo a questi ragazzi è servito perché la prima cosa di cui si parla quando si parla di teatro è la compagnia: il contesto è comunitario e tutti insieme devono mettere in atto le loro capacità, investire il loro tempo perché si possa raggiungere un risultato comune, e già questa è una competenza cognitiva e non cognitiva fondamentale per vivere in una società.

“Romeo and Juliet disaster”, foto di Luca Meola

Michela: La situazione attuale comprende una pandemia… Per cui volevamo chiederti: avete dei progetti in fase di realizzazione? Il progetto coi ragazzi del Beccaria sta andando avanti? E se sì, in quali forme?

Lisa Da che è iniziato il blocco noi abbiamo fatto un’azione di forza comprando quattro I-Pad e due chiavette router portatili e li abbiamo portati in Beccaria per poter fare lezioni online, non solo di teatro ma anche di musica, circo e sport. Chiaramente approcciarsi a dei ragazzi che comunque non conoscevamo facendo teatro in video è un po’ complicato… Eravamo otto operatori, stavamo insieme dalle 8 fino alle 12, stavamo a vedere un po’ cosa succedeva… E ha funzionato! I ragazzi poi si sono affezionati, c’era anche il trainer che faceva fare ginnastica, dei corsi di improvvisazione, è stato molto costruttivo.  Rispetto a questo, quella che è stata una riflessione portata avanti dal garante delle carceri, il dottor Maisto e il provveditore alle carceri lombarde, Pietro Buffa, è che all’interno delle carceri gli strumenti di comunicazione devono entrare. In questo periodo abbiamo tutti provato una sorta di detenzione a casa, a causa del Covid, ma immaginiamo cosa sia la detenzione in un luogo che non scegli, con persone che non sono i tuoi famigliari, dove non puoi nemmeno farti una ricerca o ascoltare una canzone, perché magari vuoi scrivere una poesia o semplicemente rilassarti… Però hanno la playstation… A livello di tecnologia abbiamo tutti gli strumenti per filtrare, per decidere a cosa possono avere accesso e a cosa invece no. Ci sono associazioni di volontariato, come gli “Informatici senza frontiere”, che fanno progetti meravigliosi: una volta hanno costruito un braccio meccanico a un trombettista che aveva perso l’arto. Queste competenze sono messe a servizio anche delle strutture penitenziarie. Quindi si sta ragionando su questi argomenti e su cosa sia giusto proporre nella vita quotidiana dei detenuti, perché ad ora è alienante. Nel senso più meditato della parola. Non è solo il fatto che hai commesso un reato e allora devi essere punito… Una delle cose che ci ha messo in testa il Covid è proprio di iniziare questa battaglia, una riflessione, perché si possa rendere più vivibile la giornata all’interno delle carceri. Legato a questo c’è un progetto in corso di uno spettacolo che possa essere uno spunto per approfondire il tema delle violenze in rete. Una considerazione importante è: con cosa nutriamo le menti dei nostri giovani? Lo stesso ragionamento che si fa sul cibo spazzatura va fatto anche per quanto riguarda la cultura, i “messaggi culturali spazzatura”… Quindi “sfavorire” messaggi di violenza. Stiamo, perciò, lavorando su questo spettacolo che dovrebbe essere diffuso in rete, per prudenza, data la  situazione.

“Romeo and Juliet disaster”, foto di Luca Meola

Di Caterina Rota e Michela Invernizzi

Tre Sorelle, Anton Cechov

I festeggiamenti di un onomastico, una festa che non avrà mai luogo, un pericoloso incendio e un addio: sono questi i pricipali avvenimenti raccontati che ruotano intorno a tre giovani sorelle e ai personaggi che partecipano alle loro vite. Tra tradimenti, amori, segreti e speranze le vicende narrate sono sature di un’apparente impossibile felicità, del desiderio di cambiamento,  della domanda sul senso della sofferenza e la speranza di un futuro migliore.

Oggetto: un vecchio orologio

di Caterina Rota

Il ritorno a casa, Harold Pinter

La vicenda racconta la storia di una famiglia che ha perso ogni capacità di amore e comunicazione. In seguito al ritorno del primogenito Teddy con la moglie Ruth alla casa natale, si decide, di comune accordo, di servirsi della donna come prostituta, al fine di sostenere economicamente la famiglia. La vicenda termina con la firma di contratto che stabilisce i termini dell’accordo e con i membri della famiglia adoranti ai piedi della donna.

Oggetto: catene

di Caterina Rota

Giulio Cesare, Shakespeare

“Non conosco nessun motivo personale per oppormi a lui, se non sia per il bene comune.”

Ma Bruto è solo nella sua purezza: non Cassio, né Casca, né Ligario si muovono al seguito di nobili ideali, solo l’invidia li spinge. E chi è puro? Chi è un uomo? Chi è un romano? Cesare dunque? Marco Antonio, Ottaviano? Cicerone? Infine, Bruto, Roma riconosce il bene comune per cui tu combatti? Puoi fidarti del popolo, e del suo pensiero così mutevole? Non solo Cesare deve guardarsi dalle idi di marzo.

Oggetto: uno specchio

di Michela Invernizzi

Amleto, Shakespeare

Danimarca, freddo; si parte dal cadavere del re Amleto, freddo. Si prosegue con la scoperta di un omicidio, freddo: ne consegue una follia lucida, fredda. Il giovane principe Amleto comincia a recitare – quanto è vero? – e coinvolge nella sua rappresentazione tutti i personaggi che gli danzano intorno: da Polonio alla Regina, Orazio e Ofelia. Si mostra la morte, fredda, ineluttabile, Madama dei Vermi cui cedere la propria carne; pure con lei Amleto danza, e il freddo è così intenso che brucia.

Oggetto: un carro per gli attori

di Michela Invernizzi

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