Un’attesa [di Alessia Furnari, Chiara Colaci e Sara Allasia]

“WINNIE: (voce normale, molto in fretta): Dio ti benedica Willie ti sono grata per quel che hai fatto lo so che lo sforzo ti costa, adesso puoi riposarti non ti disturberò più a meno che esaurisca le mie risorse cosa molto improbabile, mi basta sapere che in teoria puoi sentirmi anche se in pratica non mi senti, mi basta saperti lì a portata d’orecchio e presumibilmente sul chi vive, dover stare attenta a non dir nulla che tu non debba sentire o che possa addolorarti, non chiedo altro, e non cianciare e cianciare per così dire sulla fiducia, senza sapere, mentre c’è qualcosa che mi rode [… ]. Il dubbio.”

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Il tema centrale di Giorni felici è la condizione paralizzante di un essere umano intento a vivere una vita senza sconvolgimenti, novità e stimoli. L’opera ha come punti focali due personaggi e lo scenario in cui si ritrovano: Winnie, bionda, carnosa e gioviale e lo strisciante marito dal cranio spaccato Willie.  La donna è nella condizione di poter muovere mezzo busto a inizio atto e non è descritto lo stato di salute del corpo, come non ci è dato sapere perché i due coniugi si trovino in questa situazione. Inghiottita nel terreno, in uno spazio desolato, in un tempo fermo, Winnie è affaccendata a riempire il tempo tra il campanello del giorno e quello della notte, soli elementi temporali presenti.

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Una borsa e un ombrellino costituiscono l’unico bagaglio di cui dispone per interagire con l’ambiente circostante. Dalla borsa estrae pettine, trucco, medicine e una rivoltella, mentre parla incessantemente.

Winnie è grata per le piccole cose belle che avvengono ogni giorno, nonostante le innumerevoli  difficoltà. Attaccata alla vita e felice di esistere, riesce a definire “divine” le giornate anche quando, all’inizio del secondo atto, appare sprofondata fino al collo nella terra.

Il marito Willie, invece, intento a leggere un giornale, è poggiato su delle pietre alla destra della moglie, da cui emerge raramente rispondendo con suoni gravi.

Il testo offre più di una possibile lettura: Beckett crea una concatenazione di simbolismi, retorici e metaforici, che lasciano al lettore e allo spettatore un senso di interrogazione costante nel corso della durata di tutto lo svolgimento dei due atti. Le chiavi di lettura del testo possono essere molteplici: la lettura storica imporrebbe una visione analitica del contesto sociale dell’autore nel momento di stesura del brano. Beckett opera in una Gran Bretagna alle prese con il secondo dopoguerra, nel contesto di ri-partenza di un’Europa messa in ginocchio, all’inizio della culturalizzazione e produzione di massa, mentre la realtà borghese della società inglese è forte delle sue insofferenze e contraddizioni.

Il lavoro di Beckett si sviluppa in un periodo di grossi cambiamenti sociali e culturali, ed è naturale che questi si riversino in modo più o meno diretto nella sua opera. Eppure, se la lettura storica servisse a soddisfare appieno il significato che il testo e  la rappresentazione teatrale ripropongono sul palco,  Giorni Felici finirebbe per esistere in quanto stesura e recitazione a sé stante: una lettura metaforica di una realtà lontana che ha poco a che fare con lo spettatore di oggi.

Ma è proprio la povertà di espressività di movimento, la scenografia disadorna e l’immobilità costante in un dramma, consumatosi nel lento scandirsi di un quasi completo monologo di Winnie, che permettono allo spettatore di interrogarsi su quanto la realtà che è chiamato a vivere nei due atti possa definirsi “vera”. I dialoghi spezzati e le vecchie cose in sospeso nel discorso lasciano un senso di inadeguatezza in chi legge.

La realtà è veramente così come viene rappresentata? Questo senso di incompiutezza e immobilità che costringe i due personaggi è reale?

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Se nel 2019 ci avessero detto che nel corso di un anno il mondo si sarebbe bloccato, tremante e impaurito di fronte ad una pandemia, ci avremmo creduto poco, (o perlomeno con un senso di scetticismo parvente). Ma la realtà dei fatti è questa: la quarantena ci ha bloccati.

Siamo stati chiusi per mesi in casa. Bloccati da una minaccia che non era visibile, una paura costante che ci ha ripiegati su noi stessi, striscianti in un buco di terra quali le nostre abitazioni o le nostre stanze; ci siamo rifugiati in un ambiente virtuale per sopperire alle esigenze umane: comunicazione, comprensione e contatto.

Una realtà fuori dalla realtà, digitalmente menzognera, che crea l’illusione di una relazione manchevole di una fisicità necessaria. Un dialogo di una moglie che si sporge per ravvisare segnali di comprensione in un marito abbruttito al limite, reso strisciante e privo di qualsiasi caratterizzazione identitaria.

La casa, lo spazio ristretto e l’immobilità in attesa delle piccole cose: della spesa, dei congiunti, dei futuri “giorni felici”. Speranzosi di una normalità non ben definita e mai del tutto compresa finché non ci è stata tolta

“Qualcosa resta sempre. (pausa) Di ogni cosa. (pausa) Qualche residuo. […] Questo è tutto”

Quindi ciò che resta sono gli elementi quotidiani, in un’immobilità che non lascia scampo, in un tempo che non è più scandito da una routine automatica; si passa da un macrocosmo ad un microcosmo e gli equilibri vengono nel tempo distribuiti: gli spazi,  le persone, le relazioni, i tempi, il cibo. Tutto si trasforma, diventa come nuovo, necessario e fondamentale per un vita ristretta, per una temporaneità infinita che da accidentale diventa quotidiana: così come la sporta diventa contenitore di una vita racchiusa in un tumulo restringente di immobilità, così gli oggetti e l’ambiente circostante diventano disegno di una quarantena che ci rinchiude e ci tiene immobili.

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È il tempo che appare fermo: le lancette dell’orologio sembrano muoversi più lentamente, i minuti appaiono dilatarsi e le giornate sono sempre più lunghe. La sabbia nella clessidra scorre, nel giorno e nella notte, in un suono che si ripercuote nella mente: un’altra giornata è finita e domani ci sarà un altro vuoto da colmare, altre parole da dire.

“Eh sì, così poco da dire, così poco da fare, e una tale paura, certi giorni, di trovarsi…con delle ore davanti a sè prima del campanello del sonno, e più niente da dire, più niente da fare, che i giorni passano, certi giorni passano, passano  e vanno, senza che si sia detto niente, o quasi, senza che si sia fatto niente, o quasi […]”

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Il  tempo inganna: più scorre, più ci immobilizza e ci sotterra in un abisso carico di rimpianti, sofferenze e crude verità. Diventa attesa, speranza di poter vivere ancora e ribaltare la propria infelice esistenza. Ci ritroviamo in un tempo ciclico di Giorni Felici, in cui lo scandire del giorno e della notte segna le nostre giornate e man mano ci avviciniamo alla fine.

Quella stessa fine in Finale di Partita dove l’autore tende ad un determinismo temporale: tutto è destinato alla polvere, al nulla. L’uomo è entropia e, nonostante questo, si ribella e si domanda il “perché”.

Il tempo in Beckett è violento e inesorabile: Willie è condannata all’immobilità, Hamm all’insofferenza (Finale di partita), Vladimiro ed Estragone (Aspettando Godot) aspettano un Godot che mai giungerà a destinazione: tutti tendono ad una realtà impossibile. Ad un tempo che non appartiene a loro e che li condanna alla miserabilità del loro vivere e sopravvivere.

Ciò che è, che è stato e che sarà diventa solo una serie di inutili parole, un passato reso odioso dal tempo stesso come Krapp ricorda in L’ultimo nastro di Krap: nulla ha senso se non la realtà che ci circonda.

Le parole, sommerse nel flusso della nostra vita, sbiadiscono, dimenticate.

Sarà una tragedia irreparabile? La risposta, seppur insensibile è no.

In fondo, continuiamo a colmare incessantemente le nostre giornate con azioni senza scopo e parole che non hanno finalità, se non il distogliere la nostra attenzione dalla nostra attuale condizione: la mancanza di un senso.

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Ed ecco una bottiglia di vetro che si erge su una collina di ritagli di giornale. Potrebbe essere un oggetto qualunque, uno dei tanti che fanno da sfondo nella nostra vita quotidiana, ma se ci avviciniamo, possiamo accorgerci che c’è qualcosa che non torna.

Infatti, al posto di un tappo tradizionale, è stato collocato sull’anello un piccolo blocco di ghiaccio, che sotto il sole estivo si sta pian piano sciogliendo. Le sue ritmiche gocce, scandiscono flemmaticamente, come il ticchettio di un orologio, i secondi che passano e l’acqua che si sta formando all’interno dell’apparato di vetro sta aumentando impercettibilmente di livello.

Eppure non c’è soltanto dell’acqua: qualcos’altro sta venendo lentamente sommerso. Apparentemente sono dei foglietti di carta, sui quali sono state aggiunte delle scritte, con una grafia molto libera.

Ebbene, non si farà in tempo a leggerle, che l’inchiostro inizierà a svanire, dissolvendosi nell’acqua.

Ed ecco che le parole sbiadiscono, perché non hanno reale valore, se non essere una magra consolazione, che ogni giorno sarà uguale al successivo, monotono e arido, ma a noi, in fondo, starà bene così.

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È una completa cristallizzazione sociale, personale, emotiva e relazionale:

“Si continua a dilazionare…il momento dell’azione..per paura di passare all’azione…troppo presto…e il giorno passa…passa e va…nella più completa…inazione”

Una notizia di una realtà bloccata non cambia ciò che siamo diventati, una prima pagina drammatica non colpisce l’animo, ma si aggiunge alla catasta di impossibilità comunicativa che già ci pervade in un periodo di completa chiusura. Un mezzo di comunicazione, come un giornale, che non comunica è un paradosso; così come un matrimonio che non ha una vera relazione, diventa un atto consumato di tensione del marito che tende troppo tardi al recupero di una vita che ormai è stata. Proprio come si potrebbe guardare fuori da una finestra, fissando la potenzialità della realtà circostante, coscienti del fatto che essa sia irraggiungibile, negata da un tempo e da uno spazio che sono già stati e non si sa quando saranno.

 

Riassunti testi

[Chiara Colaci]

Edipo re

Una pestilenza si è abbattuta su Tebe. L’unico rimedio, parrebbe la condanna dell’assassino del precedente re Laio, ancora celato nell’ombra. È ciò che l’attuale sovrano Edipo è determinato a fare. Proseguendo con l’indagine, però, si accorgerà che aveva tentato inutilmente di sfuggire da una profezia che lo voleva assassinio del proprio padre e marito di sua madre, scoprendo anche di non sapere nemmeno chi egli sia veramente. Sarà evidente, infine, come l’uomo non possa sfuggire al suo destino.

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Antigone

Antigone decide di contravvenire all’editto di Creonte, dando sepoltura al fratello che aveva schierato gli eserciti contro Tebe. Ma il sovrano non può accettare che una donna abbia messo in discussione la sua autorità, nonostante ella si sia fatta carico delle leggi divine. La condanna è irrevocabile e a nulla valgono i tentativi di farlo ragionare da parte del figlio. La saggezza ha ormai lasciato il posto all’arroganza data dal potere e, quando Creonte aprirà gli occhi, sarà troppo tardi.

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[Alessia Furnari]

Tre sorelle

“Il presente è disgustoso, ma in compenso, se guardo al futuro, com’è tutto bello! Provo una sensazione di leggerezza, di apertura; e in lontananza una luce brilla, vedo la libertà”. È quel miraggio che, come le tre sorelle, attendiamo ma che non può essere raggiunto, poiché siamo come uccelli migratori invecchiati: non riusciamo più a volare.  Il tempo passa e mentre vaghiamo speranzosi di un cambiamento, sembra di andar sempre più lontano dalla vita vera e bella, verso chissà quale precipizio. 

Le sorelle

Il panico

“​Abbiamo una sola vita per prenderci ciò di cui abbiamo bisogno​”, dice una madre  divenuta vedova, che cerca di tenere in piedi la sua famiglia. Probabilmente l’espressione appena citata susciterà ansia, angoscia, paura: questo è Il ​panico​. ​È​ ​la metafora di una vita appesa a un filo, dell’imminente distruzione morale e della ricerca di una soluzione: una chiave che ci tenga in vita e che possa aprirci a un mondo in cui la sofferenza non esiste più; una dimensione in cui la morte diviene esistenza.

Il panico

 

[Sara Allasia]

Sei personaggi in cerca d’autore

Immaginate di svegliarvi un giorno, guardarvi allo specchio e scoprire che davanti a voi non è riflesso nulla: voi sapete di essere lì davanti e di starvi fissando, ma quello vi restituisce solo l’immagine dell’ambiente circostante. Ecco questo è il dramma dei sei personaggi in cerca d’autore: tutto ha come perno la loro volontà di vivere ma, al contempo, la loro impossibilità nel farlo. Essi sono ombre che vagano in un hic et nunc immobile della tragedia che li consuma e li fa rinascere ciclicamente. 

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Peer Gynt

“Come ti chiami?” gli chiede Solveig.
“Sei figlio di re?” domanda la figlia del vecchio di Dovre.
“Io sono io stesso. Puoi dire altrettanto tu?” Sentenzia il Gran Curvo.
“Sei davvero un profeta?” Gli chiede l’Anitra.
“Il suo nome, signore?” Chiede Begriffenfeldt.
“Chi sono?” si chiede lui stesso.
Alcuni potrebbero rispondere con: “Sii te stesso” altri con: “Ti basti essere quello che sei”.
Eppure, in fondo, non è proprio la ricerca della risposta ciò che dà senso alla domanda?

Peer Gynt

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