Ai confini della realtà [Claudia Fichera e Alice Brezzo]

Un “elogio alla follia” attraverso lo sguardo di Alda Merini 

Quattro figure femminili di spalle, lo sguardo rivolto verso l’ombra di un uomo. Trasgressione, Rifugio, Amore e Incubo, quattro caratteri appartenenti ad un’unica identità, quella della grande Alda Merini.
Ci troviamo in un piccolo teatro milanese, Il Cielo sotto Milano, nella stazione di Porta Vittoria. Siamo Claudia e Alice, il 26 giugno 2019 abbiamo portato in scena Ai confini della realtà e vorremmo raccontarvi la nostra esperienza.

Quando all’inizio del laboratorio teatrale ci siamo trovate a dover scegliere il testo su cui lavorare per lo spettacolo di fine anno, la scelta è ricaduta su Ai confini della realtà, uno spettacolo sulla vita di Alda Merini precedentemente messo in scena dal nostro insegnante e regista Roberto Cajafa insieme ad altri allievi. Abbiamo quindi rielaborato il copione secondo i nostri gusti, aggiungendo e tagliando parti.

Attraverso il suo carattere così singolare e profondo e il suo vissuto travagliato tra un manicomio e l’altro, Alda si è rivelata fin da subito una sfida per tutti noi. Ci siamo ritrovati a vivere un’esperienza diversa rispetto agli spettacoli precedentemente messi in scena perché si è trattato di interpretare una storia realmente vissuta che, rispetto alle sceneggiature inventate, porta con sé aspetti più intimi e complessi. Senza dubbio è stato difficile immedesimarsi in vicende così distanti dalla nostra quotidianità.

“Ero ragazza sensibile e dal carattere malinconico, piuttosto isolata e poco compresa dai suoi genitori ma molto brava ai corsi elementari: … perché lo studio fu sempre una mia parte vitale.”

Così Alda Merini descrive sé stessa in una delle sue brevi note autobiografiche. Straordinaria poetessa, aforista e scrittrice milanese, nasce a Milano nel 1931 e inizia a scrivere poesie a soli quindici anni. Nel 1947 avviene l’incontro con ciò che lei descrive come le “prime ombre della sua mente”, che la conducono ad un anno di internamento in un ospedale psichiatrico. Nel 1953 sposa Ettore Carniti e, due anni dopo, nasce la loro prima figlia, Emanuela. Nel 1964 inizia il suo secondo internamento, stavolta nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Affori, durante il quale nascono altre tre figlie: Barbara, Flavia e Simonetta. Termina il suo ricovero nel 1972, ma i periodi di malattia si alternano a quelli di salute fino al 1979, quando ricomincia a scrivere raccontando delle atroci esperienze vissute in manicomio. Dopo aver vissuto un po’ di tempo a Taranto, torna definitivamente a Milano nel 1986 e trova una nuova serenità. Negli anni seguenti scrive nuovi testi ed ottiene il meritato riconoscimento, vincendo anche diversi premi.

Federico Garcia Lorca scrive che “il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana” ed è esattamente ciò che abbiamo tentato di fare portando sulla scena alcuni estrapolati degli scritti di Alda, facendo rivivere i suoi pensieri e le sue esperienze attraverso le nostre voci. La drammaturgia dello spettacolo è composta inoltre dalla rivisitazione e dalla commistione di alcuni estratti da In treatment di Rodrigo Garcìa e da La serra di Harold Pinter. In una visione complessiva dello spettacolo, si possono individuare tre diverse situazioni che si incatenano tra di loro: le sedute di Alda Merini con il suo analista, l’ambiente del manicomio e i racconti delle varie personalità che fanno parte di lei.

Nelle due scene in cui Alda si trova in terapia con il suo analista, capiamo che, con il tempo, ha iniziato a trasferire i suoi traumi e le sue relazioni passate in lui, idealizzandolo. Questo ha provocato in lei quello che dalla psicanalisi viene chiamato transfert erotico. Nonostante il “Dottor G”, come lo chiama dolcemente la protagonista, abbia sempre tenuto le distanze professionali, Alda se ne innamora e cerca in tutti i modi di sedurlo, ricevendo ovviamente solo rifiuti. 

Nelle parti dello spettacolo che vertono sulle figure dei dipendenti del manicomio e sul luogo stesso che le ospita, viene ritratto un ambiente spietato e atroce nei confronti delle persone ricoverate, che vengono frequentemente malmenate, umiliate e considerate addirittura inferiori a bestie. Il teatro dell’assurdo di Pinter è caduto a pennello in questo contesto. L’irrazionalità delle conversazioni rappresenta perfettamente il paradosso dei manicomi del tempo: chi erano i veri matti? 

L’ultima sezione della nostra messinscena analizza più da vicino “le Merini”: quattro persone, un’unica identità. Incubo, Rifugio, Amore e Trasgressione sono le quattro differenti parti della personalità che maggiormente emergono dalla nostra poetessa. Durante lo spettacolo queste quattro identità ripercorrono, ognuna con il suo punto di vista, il percorso che Alda ha dovuto affrontare in manicomio, con il quale ha sempre avuto un rapporto contrastante. È sorprendente come quattro caratteri così diversi e distanti possano convivere in un’unica persona. 

Lo spettacolo funge da denuncia di ciò che accadeva all’interno di queste strutture e che viene spesso ignorato o dimenticato. Aiuta ad aprire gli occhi riguardo ai disagi che queste persone ancora oggi, nonostante non esistano più strutture psichiatriche come quelle in cui fu rinchiusa Alda, sono costrette a vivere. Quale modo migliore di dare voce a coloro che vengono definiti “malati di mente”, “folli” o semplicemente “diversi”, che attraverso l’esperienza vissuta e scritta in prima persona da “una di loro”? 

TeatroLaCucina
TeatroLaCucina – Ex O.P. Paolo Pini, via Ippocrate 45, 20161, Milano

Olinda, un’Associazione volta a promuovere l’integrazione sociale di persone con problemi di salute mentale, subentrò nella gestione dell’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Affori dopo la sua chiusura nel 1999, vent’anni dopo l’entrata in vigore della legge 180 che decretava la soppressione dei manicomi italiani. Il nostro desiderio era quello di poter realizzare lo spettacolo al TeatroLaCucina, situato all’interno dell’ex ospedale, poiché non può certo esistere posto migliore del luogo dove tutto ha avuto origine. Essendo i muri pregni dei ricordi e degli orrori verificatisi al loro interno, l’ospedale avrebbe avuto una funzione scenografica di una certa rilevanza, sarebbe stato stimolante per l’immersione nella vicenda sia per il pubblico che per gli attori. 

Inoltre lo spettacolo sarebbe stato una denuncia contro la stessa battaglia che anche Olinda sta cercando di vincere.
Il nostro regista aveva un contatto con l’Associazione, ma purtroppo la nostra proposta è stata respinta: Olinda promuove molti spettacoli di impianto culturale, ma preferisce che l’argomento trattato non sia quello delle malattie mentali. Questa decisione è stata presa probabilmente per assottigliare sempre di più l’emarginazione che queste persone hanno dovuto subire nel corso degli anni. 

“Muro degli angeli” – Dettaglio delle pareti della sua camera da letto

Abbiamo provato a riassumere in poche righe l’esperienza vissuta personalmente e individualmente e abbiamo chiesto a Sara e Greta, le interpreti delle altre due parti di Alda, di fare lo stesso.

“Trasgressione è la parte di personalità più passionale, animale e impulsiva di Alda. Vuole sentirsi pura e illimitata. Vuole sentirsi viva. Sicuramente è la parte più caratteristica di Alda, ma anche quella che più le ha procurato problemi in un ambiente crudele, intransigente e sterile come il manicomio. Inizialmente interpretare Trasgressione è stato difficile per la volgarità e l’impudicizia di alcune battute relative a questo personaggio. Mi dicevo: “Cosa penseranno di me le persone?”, ma essere attore è anche questo, è mettere da parte sé stessi per divenire qualcuno all’infuori di noi. Una volta superato l’imbarazzo iniziale, è stato davvero divertente portarla in scena. Mi ha fatta sentire libera dal giudizio delle persone, come d’altronde voleva sentirsi Alda.” (Alice Brezzo) 

“Si è trattato di un lavoro molto stimolante che mi ha permesso di entrare maggiormente in contatto con me stessa e con le mie emozioni, confrontando il mio vissuto con quello della protagonista. Il mio personaggio, denominato “Rifugio”, costituiva la parte di Alda Merini che vedeva il manicomio come un luogo in cui potersi riparare dai giudizi del mondo esterno e in cui poter esprimere liberamente sé stessa. Ho subito sentito un’affinità emotiva con questo personaggio, con la sua sensibilità e il suo modo di concepire il mondo intorno a sé, e proprio questo mi ha portato a immedesimarmi maggiormente nella parte e a vivere in maniera più sincera le emozioni ad essa legate.” (Sara El Naggar) 

“Interpretare il ruolo di Amore è stato insolito. Le circostanze e le situazioni in cui si trovò Alda, così fredde, crude e distaccate, mi sono sembrate fin da subito totalmente estranee al concetto di amore come l’ho sempre conosciuto io, eppure lei ha continuamente assecondato il suo bisogno di calore e non ha mai smesso di cercarlo, convinta della sua presenza anche e soprattutto in tali circostanze e situazioni. Amore è la sua parte poetica, quella che generava in lei il desiderio di una continua ricerca del bello e la necessità di esprimersi attraverso le parole.” (Claudia Fichera) 

“Il mio personaggio rappresentava <<l’Incubo del manicomio>>, ovvero la parte emotiva ed esperienziale relativa agli aspetti tetri, umilianti e alle vere e proprie torture subite dai soggetti rinchiusi in manicomio. Essendo io molto sensibile ed interessata agli argomenti relativi alla salute mentale, è stata una scelta, per me, quasi obbligata. Ritengo che Incubo fosse un personaggio-denuncia, pregnante a livello emotivo, volto a mostrare l’atrocità dell’esperienza vissuta da molti soggetti sofferenti in un passato non lontano, utile per riflettere, tramite il coinvolgimento emotivo, sul trattamento e lo stigma che ancora oggi, seppur in maniera “mascherata” molte persone affette da disturbi mentali sono costrette a subire.” (Greta Toffoli) 

“Il più bel teatro da guardare è il proprio destino.” (Alda Merini)

Se siete curiosi di scoprire altro su Alda Merini, le figlie gestiscono insieme il sito ufficiale in cui si possono trovare curiosità, opere, poesie e molto altro.

Articolo di: Claudia Fichera e Alice Brezzo


Claudia Fichera

DON GIOVANNI – Moliére

Don Giovanni è un gentiluomo scettico e miscredente che utilizza la sua maschera di ammaliatore per conquistare una donna dopo l’altra ed evitarne le conseguenze. 
Sganarello è il suo servo devoto e leale, promotore di valori morali e cristiani, testimone e spesso complice obbligato delle nefandezze del suo padrone.
Seppur due personaggi agli antipodi, entrambi agiscono seguendo i propri principi, con l’unica differenza che uno dei due è più abile a recitare la sua parte, e no, non è don Giovanni.

AMLETO – Shakespeare

Elsinore, Danimarca. Una notte il fantasma del defunto padre del principe Amleto appare al figlio per rivelargli il tradimento celato dietro la sua morte, chiedendo vendetta. Inizia così un contorto gioco di equilibrio tra razionalità e follia, in cui ogni partecipante crede di avere il controllo, ma è davvero così?
In questa realtà instabile e mutevole tutti i giocatori cadranno vittime dei loro stessi inganni, e a vincere sarà un gioco a cui nessuno credeva di partecipare, quello del destino.

Alice Brezzo

LA LOCANDIERA – Goldoni

Ogni volta che Mirandolina ha a che fare con un uomo, questo se ne innamora e lei, manipolandolo, riesce ad ottenere molti regali. Un giorno si presenta alla sua locanda un cavaliere che manifesta apertamente la sua misoginia. Mirandolina decide di conquistarlo, riuscendoci. L’ormai innamorato, scoprendo la burla diventa violento. Mirandolina comprende le conseguenze delle sue azioni e decide di maritarsi col suo devoto servitore, mantenendo così la propria libertà di donna forte e indipendente.

PEER GYNT – Ibsen

Dopo essere stato esiliato dalla sua gente, Peer Gynt incontra dei troll: mentre lo disumanizzano, Peer entra per la prima volta in contatto con il suo sé interiore. Da quel momento, fa di tutto per proteggerlo. Parte per lunghi viaggi, dove viene chiamato addirittura profeta e imperatore. Al suo ritorno, rendendosi conto che la sua persona è sempre stata definita da altri, ha una crisi d’identità. Viene salvato dalla devota Solvejg: nell’amore e nella fede di lei, Peer è sempre stato sé stesso.