Al mio caro spettatore [Eleonora Conti]

Lettera del teatro al suo pubblico.

Sono le 19:30, a quest’ora sentivo il rumore del velluto delle tende che strusciava contro le borsette di signore giunte a prendere il loro posto in sala. Dopo di loro seguivano i mariti o i compagni, entravano con uno sguardo tra il sorpreso per la grandezza del posto e il curioso, uno sguardo intento a scrutare le persone già sedute e a chiedersi dove si sarebbero dovuti accomodare. 

Tutto ad un tratto la sala è piena, si sente un leggero brusio dato dalle coppie che si interrogano a vicenda su come sarà rappresentato lo spettacolo, altri invece sono intenti a cercare, sul telefono, il ristorante dove si dovranno dirigere subito dopo la rappresentazione. Mi ricordo di quanto bello fosse il momento appena prima che le luci, timidamente, si spegnessero.

In quell’occasione, infatti, la moglie, con sguardo intimidatorio, suggeriva al marito di silenziare il telefono e di non disturbare il vicino con i suoi soliti discorsi. Quando anche il bambino, decisamente obbligato ad essere lì, aveva finito di infastidire la madre, ecco che iniziava la magia. 

Un silenzio inondava la sala, una luce ricreava l’atmosfera della rappresentazione e intanto, i primi attori, si dirigevano verso il centro del palco. Questi, prendendo un lungo respiro, iniziavano a sfornare le battute.

Riuscivo a capire quanto alcuni di loro fossero agitati, forse erano alle prime armi e cercavo di rassicurarli mostrando loro la bellezza che li circondava. Ricordo l’odore della vernice o di qualche smalto utilizzato per dipingere le quinte della scenografia. Su di esse vi era rappresentata una città in miniatura, un mare limpido oppure un palazzo moderno. Tutto era estremamente proporzionato, preciso e con tanto di dettagli che impreziosivano quel semplice pannello. 

Ogni tanto davo un’occhiata al pubblico, mi assicuravo che si stesse emozionando, divertendo e tra uno sguardo e l’altro mi accertavo che nessuno si fosse appisolato sulla spalla di qualche altro ospite. 

La musica, a volte ridondante, creava in me una voglia di danzare attorno alla platea, raggiungere il palco ed esibirmi dinanzi agli ospiti. 

 Durante la messinscena, il pubblico provava svariate emozioni, lo capivo dal suo volto, a volte triste e cupo, altre sorridente, altre ancora impaurito.

Ad un tratto ecco che, con l’ultima battuta, non tardano ad arrivare gli applausi. Il dormiglione in terza fila si sveglia disturbato dall’acclamazione, alcuni addirittura si alzano dal proprio posto e applaudono con le braccia alzate, credo che lo spettacolo gli sia particolarmente piaciuto.

Le luci si accendono, gli attori entrano ed escono più volte dalle quinte e si prendono tutta la calorosa approvazione del pubblico. Qualcuno ha forse fretta di uscire, forse era quello che avvertiva un senso di fame già prima della rappresentazione. Sono emozionato, sembra di ricevere un amore incondizionato, tutti sono soddisfatti. Altre persone, presi i loro effetti personali, si dirigono verso l’uscita della sala. Tutto ad un tratto divento un po’ malinconico, a tratti triste… anche oggi tutto è finito!

Ormai anche gli ultimi escono dalla sala, chiacchierano tra di loro, di come il protagonista abbia raggiunto il suo obiettivo e di quanto belle fossero le scenografie.

Non c’è più nessuno in sala, mi trovo da solo. Tutto ad un tratto sento la voce di una donna che intona l’ultima melodia dell’opera appena avvenuta. Qualcuno allora non mi abbandona!

Scopro essere Maria che, munita di scopa, si accinge a pulire lo spazio tra le mie poltrone. Anche lei, dallo sguardo stanco, finisce di ripulire tutto ed esce dalla porta di sicurezza.

Ricordo essere stata una bella serata quella, abbiamo riso tanto e pensavo che il giorno dopo si fosse potuto ripetere tutto da capo, si insomma, nuove persone, nuove borsette e invece così non è stato.

Sono ormai mesi che attendo di ricevere i miei ospiti.

Ogni mattina, verso le 8:00, Maria arriva e, con gli occhi leggermente lucidi, inizia a camminare incessantemente per tutto il teatro, non sa più dove pulire. Per quanto mi riguarda, osservo costantemente le porte e aspetto di sentire quel rumore di borsette che strusciavano contro il velluto delle tende e intanto penso: “vi aspetto miei spettatori! sono qui!”.

Piccolo Teatro.

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