I giganti della montagna e la crisi del teatro [Francesca Trovato e Arcangela Varlotta]

Da Strehler a Lavia

“Io ho paura, ho paura”

Luigi Pirandello in I giganti della montagna

I giganti della montagna: l’ultimo dei miti, il testamento artistico di Luigi Pirandello, punto più alto e sintesi della sua poetica.

Tre mondi si contrappongono nel dramma: in primo luogo quello degli Scalognati, ritiratisi a Villa Scalogna, un luogo apocalittico, distopico, dove tutte le immagini scaturite dalla fantasia prendono volto, e quello degli attori scalcagnati che arrivano nella villa la cui prima attrice, Ilse, vuol mettere ad ogni costo in scena un testo teatrale che poi, con un gioco di incastro, sarebbe La favola del figlio cambiato dello stesso Pirandello. Il terzo mondo, che non compare direttamente, ma si annuncia minaccioso, è quello dei giganti, ossia la brutale realtà nella quale Cotrone, il mago degli Scalognati, non vorrebbe mai portare l’arte, al contrario di Ilse, la quale ritiene che la poesia di un’opera deve diventare teatro ovvero essere rappresentata e portata alla gente, all’umanità.

Ci troviamo catapultati un un “mondo dell’oltre”, onirico e surreale. Lampante è l’amara denuncia del testo, una denuncia della condizione dell’arte e del teatro in particolare, nonché dello schiacciante e cieco materialismo del mondo contemporaneo, sempre più incapace di capirne ed apprezzarne la bellezza.

Un testo che ha come titolo personaggi che mai appaiono in scena e per questo ancor più terrificanti, quei giganti duri di mente e un po’ bestiali, fautori della morte della poesia e del teatro, a cui si contrappone la figura di Ilse: attrice larva di sé stessa, una figura patetico-sublime che nella sua contraddizione incarna la rappresentazione poetica dell’arte per Pirandello.

Una “favola” di una linearità elementare, ma ricca di significati profondi, un testo importante che non poteva non essere affrontato da un regista come Strehler, che lo mette in scena ben tre volte durante la sua carriera: è uno scritto per lui molto significativo che, dichiara, ritorna nei momenti chiave della sua vita.

Già con Strehler vediamo dei mutamenti della messa in scena: nella prima, del 1947, l’impegnata esigenza di portare un’opera tra gli uomini prevaleva sulla malia autosufficiente degli Scalognati, mentre già nella seconda edizione, del 1966, prevaleva un cupo pessimismo, che vedeva Ilse e Cotrone non contrapposti bensì uniti e soccombenti contro la società che li schiacciava entrambi, un pessimismo che andava affermandosi ancor di più nell’edizione del 1994.

I giganti della montagna, regia di Giorgio Strehler, Piccolo Teatro di Milano 1994

Un clima, quest’ultimo, che si ritrovava anche nella scenografia di Frigerio: all’inizio un sipario di ferro, ermetico, che non lasciava spazio alla fantasia, si alzava adagio mentre un filo di musica usciva da sotto, a filo delle larghe tavole di legno del palco, scoprendo una scena tenue di verde spento. La scena era semi buia, essenziale, le luci scarseggiavano, i costumi erano rigidi e spenti, gli incarnati pallidi.

I giganti della montagna, regia di Giorgio Strehler, Piccolo Teatro di Milano 1994

“L’arte è morte, il poeta un uomo vivo. Per potersi aggrappare a questo infinito di voci per esserci in questa atmosfera insostituibile bisogna decadere dalla vita come Cotrone o essere schiantati e finire come Ilse. Concludendo la sua avvenuta terrena, Pirandello ci ha lasciato questa desolata certezza”

Giorgio Strehler

Con queste parole Strehler racchiude cosa ha significato per lui lavorare su questo grande testo pirandelliano.

Pirandello ci ha lasciato, con I giganti della montagna, un’opera non solo senza tempo, ma paradossalmente sempre più attuale, la denuncia di una condizione, di una crepa nel mondo dell’arte e in particolar modo del teatro che va allargandosi sempre di più.

Per questo anche oggi, forse soprattutto oggi, mettere in scena questo testo può lanciare un forte messaggio, come ci ha dimostrato Gabriele Lavia con la sua messa in scena del 2019.

Il regista afferma infatti che ci troviamo in un mondo, in una società dove la burocrazia intorno al teatro è diventata immensa e spesso impedisce di fare teatro, lo rende complicatissimo.

La grande mutazione dello spettacolo di Lavia, guardando a quello di Strehler, è senza dubbio lampante nella visione della scena: si apre il sipario e si palesa un teatro nel teatro, abbandonato in uno stato di decadenza segnato da un grande squarcio inquietante a metà della struttura, una sfilza di palchi decrepiti e sventrati ci pone davanti ad uno scenario mortale, che rende esplicita e materiale la difficoltà del teatro a stare in piedi.

I giganti della montagna, regia di Gabriele Lavia, Piccolo Teatro di Milano 2019

I costumi sottolineano la sostanziale differenza tra i due mondi in scena, vestendo di sgargianti colori e buffi accessori gli Scalognati e lasciando sobrietà e colori scuri alla compagnia, ad eccezione della contessa, vestita di viola, dai lunghi capelli rossi. I fantocci colorano il palcoscenico con una presenza forte e scenicamente importante. Diverso è anche il numero del cast, in questa regia di Lavia composto da ben ventitré attori: una produzione importante che sembra andare provocatoriamente a contraddire la crisi del teatro, un sintomo di vitalità e ribellione.

I giganti della montagna, regia di Gabriele Lavia, Piccolo Teatro di Milano 2019

“Che il teatro non sopravviva ma viva”

Intervista di ‘Retroscena’, Michele Sciancalepore

A questa affermazione Lavia risponde dicendo: “È provocatorio perché la presenza del pubblico rende vivo e intero questo teatro rotto, rotto nel profondo perché ci ha pensato la burocrazia a renderlo così, ma è quello che vince, il teatro mette in scena l’uomo davanti all’uomo, e chi lo guarda si riconosce, ed è per questo che il teatro non può morire”.

Quest’ opera estrema di Pirandello è incompiuta perché interrotta dalla morte. Il finale, concepito ma non scritto da Pirandello prevedeva lo scontro fra una compagnia di attori e un pubblico che la massacra, ma forse la vera conclusione del testo è proprio dove la scrittura pirandelliana è arrivata.

“Io ho paura, ho paura”

I Giganti della montagna è, con l’angosciato grido di queste cinque parole, l’estremo segno di una esigenza che ricercando disperatamente il punto fermo di una risposta, non la trova, né può trovarla, nel gioco limitatissimo delle vicende umane. È il dramma di un rapporto che si consuma tra Arte e Vita.

“Il fatto che Pirandello non abbia finito il suo testo può essere un senso di speranza che la poesia non morirà mai, perché io sono certo che non morirà mai”

Gabriele Lavia

[Di Arcangela Varlotta e Francesca Trovato]

Giorni felici di Samuel Beckett

Beckett ci sorprende con un’immagine scenica molto semplice ma terrificante. La chiave dell’opera è costituita dalla forzata felicità di Winnie la quale non vuole ammettere che si trova in una situazione orribile, si proclama felice con la sua borsetta, i suoi accessori, e la sua rivoltella che le permetterebbero di farla finita in qualsiasi momento ma significherebbe ammettere la sconfitta della sua esistenza. Ad oggi viviamo in un’epoca confusa, siamo soli ma inondiamo gli altri di parole proprio come Winnie e ci ostiniamo a voler vivere e a voler esserci a tutti i costi.

Oggetto: Manufatto sonante

Le tre sorelle di Anton Čechov

Le tre sorelle è la testimonianza di uno girare a vuoto aspettando che si realizzi l’eterna promessa di una società migliore, è un’intensa riflessione sul tema della disillusione della felicità e dell’infelicità. Notiamo una costante ricerca dell’attimo in una vita che sta naufragando e proprio i desideri non si realizzano perché i gesti non corrispondono all’intensità dei desideri stessi. Un’umanità dai piccoli personaggi con i loro rituali quotidiani, le ipocrisie e i grandi fallimenti.

Oggetto: Gabbia

[Recensioni di Arcangela Varlotta]

Ritorno a casa di Harold Pinter

Un ritorno a casa inaspettato quello di Teddy, il primogenito di una famiglia al maschile, che giunge dopo anni alla casa paterna, per la prima volta in compagnia della moglie Ruth. Inaspettato soprattutto per il lettore, che si trova catapultato in un susseguirsi di vicende sempre più inspiegabili, che sovvertono completamente l’idea di famiglia. Una comunità al maschile dove l’arrivo della donna sembra innescare un meccanismo perverso, all’interno del quale Ruth diventa oggetto sotto gli occhi impassibili del marito. Una forte denuncia contro la mercificazione della donna nella società borghese.

Oggetto: Lampada-gonna

Giorni felici di Samuel Beckett

Un imponente monte di terra imprigiona Winnie. Le sue giornate sembrano essere tutte uguali, vuote, la presenza del marito Willie si fa sempre più evanescente e la sua solitudine diventa sempre più straziante. Il testo gioca sul contrasto tra questa condizione assurda, degradata, e il disperato tentativo di Winnie di proclamare ogni sua giornata, che vive tra due suoni assordanti di un campanello e che tenta di riempire con un continuo chiacchiericcio da salotto, felice. Un forte amore per la vita risulta essere nascosto nell’orrore del testo.

Oggetto: Paletta

[Recensioni di Francesca Trovato]

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