Un film teatrale: Dogville [Veronica Altezza]

Dogville è un film del 2003 di Lars Von Trier, celebre regista danese conosciuto per i suoi comportamenti controversi e suoi film capaci di dividere la critica.

20-18 DOGVILLE by Lars von Trier Director Lars von Trier with Nicole Kidman Photo Credit: Rolf Konow Zentropa Entertainments8 ApS

La vita di un piccolo villaggio, Dogville, viene sconvolta dall’arrivo della misteriosa Grace Mulligan (interpretata da Nicole Kidman), inseguita da alcuni gangster per motivi sconosciuti. La comunità di Dogville decide di accoglierla. Per ottenere la fiducia dei paesani Grace inizia a prestar loro servizio, aiutandoli in piccole mansioni. La situazione degenera e Grace diventa un oggetto a disposizione di tutti, non curanti dei suoi stati d’animo la sfiniscono, irritati sfogano su di lei rabbia e ne abusano sessualmente. Richiedono sempre più servizi da lei, pagandola sempre meno e costruendole attorno una prigione psicologica.

Il lungometraggio è interamente ambientato in un teatro di posa, che riproduce la cittadina stilizzata di Dogville. Le strade e le piante delle case sono disegnate sul pavimento nero, non ci sono muri, non ci sono porte. Tutti i personaggi fanno i consueti gesti per bussare, aprire e chiudere, accompagnati dai rumori corrispondenti. L’illuminazione del film è neutra, i pochi cambi di luce che ci sono non differenziano gli ambienti.

Lars Von Trier crea un film ibrido, tra teatro e cinema, che cerca di trarre i punti di forza di entambi. Per farlo sfrutta alcune innovazioni del teatro del Novecento come il “teatro povero” di Grotowski, il “teatro della crudeltà” di Artuad, il “teatro epico” di Brecht.

“E così abbiamo eliminato le scenografie e tutto il resto e abbiamo scoperto che quando l’attore utilizza solo gli oggetti a cui si sente vicino, l’uso che ne fa è più forte di fronte allo spettatore.”

Jerzy Grotowski

L’operazione di ridurre al minimo la scenografia è riconducibile al teatro povero di Grotowski, drammaturgo e regista teatrale. Ai suoi occhi scenografia, costumi e suoni non erano necessari a veicolare il messaggio, anzi potevano diventare ostacoli.

DOGVILLE, Lauren Bacall, Lars von Trier, 2003, (c) Lions Gate

Grotowski formulò un nuovo approccio recitativo dove si valorizza l’attore e dove egli lavora sull’esperienza della creazione. Attraverso un processo di ricerca interiore di autocoscienza, l’attore è portato a utilizzare l’interpretazione del personaggio come un “trampolino”, ovvero come uno strumento che lo aiuti a capire ciò che sta dietro la maschera. Quella di Grotowski è una ricerca non solo teatrale ma esistenziale. Nel suo teatro laboratorio è importante che l’attore conquisti un assoluto controllo gestuale,vocale,psicologico .

Grotowski propone un teatro diverso, basato non tanto sull’estetica (come invece avviene nel cinema o nella televisione), ma sul rapporto diretto tra attore e pubblico, che stimoli il confronto tra i due, che li metta alla prova e che coinvolga l’esperienza dello spettatore in modo più profondo.

«E così non ci rimane che l’attore e lo spettatore. Possiamo perciò definire il teatro come “ciò che avviene tra lo spettatore e l’attore”».

Jerzy Grotowski

Lottiamo quindi per scoprire, per sperimentare la verità su noi stessi; per strappar via le maschere dietro le quali ci nascondiamo ogni giorno[…] Il teatro ha un significato solo se ci permette di trascendere la nostra visione stereotipata[…]

Jerzy Grotowski

“Le immagini fisiche violente frantumano e ipnotizzano la sensibilità dello spettatore, che resta travolto […] come da un turbine di forze superiori.”

Antonin Artuad

In Dogville questa profondità è trattata con una crudeltà simile a quella del teatro-poesia-vita di Artuad, artista e teorico del teatro tra i più influenti del primo dopoguerra, fonte di ispirazione per Grotowski.

Il teatro della crudeltà doveva mostrare le angosce e le inquietudini della vita reale e lo spettacolo inteso non come risultato estetico. Nel teatro della crudeltà lo spettatore non ha via di fuga, non può astrarsi dalla situazione oggettiva, non può immedesimarsi, ma partecipa. L’aspettativa di chi osserva i film del regista danese è riconducibile a questa citazione di Artuad sul suo teatro:

Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a una operazione vera, dove sono in gioco non solo il suo spirito ma i suoi sensi e la sua carne. Andrà ormai a teatro come dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d’animo, pensando evidentemente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro.

Antonin Artuad

Il montaggio discontinuo, la presenza del prologo, la suddivisione in nove capitoli e la voce esterna del narratore presenti in Dogville sono un approccio simile allo straniamento brechtiano, dove l’attenzione dello spettatore è continuamente richiamata da questi elementi e non gli permette di immedesimarsi emotivamente.

Il teatro epico di Brecht ha il preciso scopo di sottolineare la finzione teatrale. Utilizza cartelli proiettati e canzoni che spezzano il recitativo commentando ciò che avviene sul palco, impedendo l’illusione scenica. L’analisi deve essere razionale e basarsi sulla coscienza critica e non emotiva dello spettatore.

Dogville con la sua visione nichilista è una critica delle società piccolo-medio borghesi americane: l’unico negozio del paese approfitta della mancanza di concorrenza alzando notevolmente i prezzi della merce, lo straniero è un oggetto che va bene fin quando può essere sfruttato, il sentimento e la paura sono solo ipocrite scuse che tentano di giustificare l’utilitarismo piccolo-borghese. La difesa del proprio territorio e il richiamare un’idea di comunità avente in comune qualcosa (la nazione) sono solo strumenti per la realizzazione del proprio tornaconto personale.

Dogville è un film crudo che mette in luce le contaddizioni tra ciò che appare e ciò che è realmente, che si discosta dai parametri del cinema tradizionale privandosi dei costrutti tipici, creando un teatro isolato decontestualizzato dal resto del mondo.

di Veronica Altezza

Bibliografia e sitografia:

Grotowski J. Per un teatro povero; prefazione di Peter Brook. – Roma, M. Bulzoni, 1970 Il teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi, 1968 http://www.raiscuola.rai.it/articoli/jerzy-grotowski-il-teatro-laboratorio/4750/default.aspx https://www.teatrodinessuno.it/doc/grotowski/ricerca-parateatrale https://journals.openedition.org/mimesis/331


Giorni felici di Samuel Beckett

Winnie, felice della sua esistenza, ama osservare gli oggetti della sua borsa tra cui una rivoltella e uno spazzolino. Sepolta fino alla vita si trova in compagnia del marito Willie dal cranio sfondato e vuoto.

OGGETTO: collare

Antigone di Sofocle

Creonte, re di Tebe, vieta con un decreto la sepoltura di Polinice,morto come traditore. Atigone, sua sorella, vuole rendere gli onori funebri al fratello e decide di andare contro la legge dello stato. Viene scoperta, imprigionata dal re e condannata alla morte pur essendo la futura sposa del figlio Emone. Quando Creonte decide di liberarla, lei si è gia tolta la vita, impiccandosi. Emone tenta il parricidio, ma poi si suicida sul cadavere della promessa sposa, Antigone; Euridice, consorte del re, si uccide anch’essa.

OGGETTO: Farfalla

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