Il diverso nel mondo dello spettacolo [Giulia Leali e Maddalena Parodi]

Cos’è il diverso? Il termine deriva dai verbi latini divertĕre, ossia “deviare”, e vertĕre, cioè “volgere”, ed è quindi ciò che volge in un’altra direzione, sia in senso letterale che figurato. Citando il dizionario Treccani, in senso generale con questo termine si intende ciò che “non è uguale né simile, che si scosta per natura, aspetto, qualità da altro oggetto, o che è addirittura altra cosa”. 

Questo articolo vuole far riflettere in particolare sulla diversità umana e il suo rapporto con l’arte, andando ad indagare diverse sfaccettature di ciò che riteniamo comunemente diverso da noi.

Il nano

[…] il Duca, il quale ha fatto fare al medesimo di marmo la statua di Morgante nano, ignuda, la quale è tanto bella e così simile al vero riuscita, che forse non è mai stato veduto altro mostro così ben fatto, né condotto con tanta diligenza simile al naturale.

Vite, Giorgio Vasari

Fontanella del nano Morgante, Valerio Cioli, 1560, giardini di Boboli, Firenze
Doppio ritratto del Nano Morgante (fronte), Agnolo Bronzino, 1552, Galleria degli Uffizi, Firenze

Ciò che è diverso ci rende curiosi; la bassa statura ci fa sorridere; la deformità ci disgusta: curiositàriso ribrezzo sono le principali reazioni suscitate generalmente nella gente da coloro che si ritrovano ad essere affetti da nanismo. Nel corso della storia dell’umanità la figura del nano è andata incontro ad un mutamento: venerati nell’Antico Egitto e nel mondo classico greco; esibiti come oggetti di prestigio dagli antichi romani; sfruttati come fonte di divertimento nel Medioevo; intelligenti consiglieri di corte nel Rinascimento. E oggi?

Dall’umiliazione dello spettacolo buffonesco alla realizzazione di sé nel mondo del cinema

“Fate entrare i giostratori reali!”

[…]

Dal punto in cui era seduto, il Folletto poté vedere solamente le punte di due lance da torneo striate mentre due cavalieri entravano fianco a fianco nella sala del Trono di Spade. Un’ondata di risate li seguì mentre avanzavano lungo il corridoio centrale, avvicinandosi al re.”
[…]

Due nani.

[…]

Erano loro a impugnare le lance da torneo. Uno montava un brutto cane grigio, dalle gambe lunghe e dalla mandibola spessa,l’altro cavalcava una colossale scrofa maculata. Grottesche armature di legno dipinto sbatacchiavano e raschiavano mentre i due piccoli cavalieri sobbalzavano sul dorso delle loro cavalcature. I nani caracollarono in avanti, portando scudi più grandi di loro, maneggiando gloriosamente le lance, accompagnati da ventate d’ilarità.

[…]

Tyrion guardò l’una dopo l’altra le facce sorridenti allineate lungo la piattaforma. Joffrey rosso e senza fiato, Tommen che gridava e saltellava sul suo scranno, Cersei che sorrideva in modo signorile e perfino il sempre glaciale lord Tywin Lannister sembrava vagamente divertito.
[…]

Quando i nani trattennero le redini di fronte alla piattaforma per salutare il re, il Cavaliere del lupo lasciò cadere lo scudo. Si chinò per raccoglierlo. A quel punto, il Cavaliere del cervo perse il controllo della pesante lancia, che gli rovinò sulla schiena.

Il Cavaliere del lupo allora stramazzò giù dalla scrofa, e la sua lancia cadendo colpì il nano sul cranio. Si ritrovarono ammucchiati a terra l’uno sopra l’altro. Si rialzarono e cercarono di rimontare. Tentativo accompagnato da una vasta gamma di grida e spintoni.
[…]

Di colpo, il brutto cane dalle zampe troppo lunghe disarcionò il suo cavaliere e zompò a inforcare la scrofa. L’enorme maiale strillò di terrore e gli ospiti di Joffrey strillarono d’ilarità. Soprattutto quando il Cavaliere del cervo saltò addosso al Cavaliere del lupo gli tirò giù con forza le brache di legno e si mise a pompare freneticamente contro le sue parti basse.
“Mi arrendo, mi arrendo…” ululò il nano che stava sotto. “Buon cavaliere, metti via il tuo gladio.”

“Lo farei, lo farei… se solamente tu la smettessi di agitare il fodero!” ribatté il nano che stava sopra, suscitando altra allegria tra il pubblico.
Mancò poco che Joffrey sprizzasse vino dalle narici, tanto stava sghignazzando.

Tratto da Il trono di Spade, George R.R. Martin

Il Folletto. Così viene chiamato il nano Tyrion Lannister sia dalla gente del popolo che dai suoi famigliari. Personaggio scaturito dalla mente dello scrittore George Martin, Tyrion è molto piccolo di statura, ha gambe deformi e tremolanti, una testa “sproporzionatamente grossa in confronto al resto del corpo” che ospita una “faccia dai lineamenti brutali, rincagnati, quasi tenuta in ombra da un’arcata sopraccigliare sporgente” e “occhi di colori diversi, uno nero e l’altro verde, le iridi asimmetriche seminascoste da un ciuffo di capelli talmente biondi da apparire bianchi”. Appartiene ad una nobile casata, ma non per questo è immune agli insulti e alle prese in giro, tanto che al ricevimento del matrimonio di suo nipote gli viene ordinato di abbassarsi a duellare con gli altri nani chiamati a corte per intrattenere gli ospiti durante il banchetto. Nel Medioevo infatti i nani erano guardati con disgusto e venivano impiegati come giullari e buffoni nelle corti dei castelli per offrire spettacoli divertenti ai nobili, durante i quali erano derisi e ridicolizzati.

Adattamento televisivo HBO Game of Thrones

Nano era bizzarria, era attrazione e divertimento. Era incapacità di compiere movimenti armonici nello spazio e tutto questo suscitava estremo divertimento, un atteggiamento crudele forse.

Se nel mondo di Martin, che riflette la mentalità e gli usi della storia medievale, il Folletto era oggetto di scherno e repulsione, oggigiorno il suo personaggio ha ottenuto, se così si può dire, una sorta di riscatto: grazie all’interpretazione di questo ruolo l’attore Peter Dinklage, affetto da nanismo, ha guadagnato la fama mondiale nonché quattro Emmy Awards e un Golden Globe come miglior attore non protagonista. Anche nel cinema però l’attore nano si è trovato a dover subire alcune discriminazioni, soprattutto per quanto riguarda l’interpretazione dei ruoli: elfo, folletto, gnomo o altre piccole creature del mondo delle favole.

Il cinema, la cosiddetta settima arte, ha dato a molti la possibilità di sfruttare la propria diversità per riuscire a trovare la propria strada, a realizzarsi come qualunque altra persona, ad essere accettati e rispettati in una società in cui la vita non è semplice, soprattutto per coloro che sono visti come diversi.

Dinklage in realtà si esprime di rado riguardo la sua condizione cercando di mettere in luce il proprio talento, perché come afferma anche l’attore Simone Martucci “la disabilità non è una cosa per cui bisogna essere compatiti: abbiamo una vita come quella di tutti e possiamo fare tutto come tutti”.

Il matto

Non il Caos, né l’Orco, né Saturno, né Giapeto, né alcun altro di questi Dèi decrepiti e fuori moda, fu mio padre, ma Pluto lui solo, [il dio della ricchezza], padre degli uomini e degli Dèi […]. E questo padre non mi generò dal suo cervello, come Giove la fosca e crudele Pallade, ma dalla ninfa Neotete [la Giovinezza], di tutte la più graziosa e lieta. […]

Al sommo figlio di Crono non invidio la capretta nutrice; ad allattarmi con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l’Ebbrezza, figlia di Bacco, e Apedia l’Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete qui con me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci […].

Quella che vedete con le sopracciglia inarcate è senz’altro Filautia [Vanità]; quella che sembra ridere con gli occhi, e che batte le mani, è Colacìa [Adulazione]; quella mezza addormentata e vinta dal sonno si chiama Lete [Dimenticanza]; quella appoggiata sui gomiti e con le mani intrecciate si chiama Misoponia [Accidia]; l’altra, cinta da un serto di rose, e tutta cosparsa di profumi, Hedonè [Piacere]; Anoia [Demenza] questa, dai mobili sguardi lascivi. Quella dalla pelle splendente e dal corpo rigoglioso si chiama Trufè [Licenziosità]. Tra le fanciulle potete vedere anche due Dèi: Como [Intemperanza] e Ipno, il dio del sonno profondo.

Tratto da Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam, 1509

“Ci troviamo in presenza di persone che vivono l’arte non come mestiere, ma come esperienza fondamentale per la loro stessa sopravvivenza”.

È questo il pensiero di Pippo Delbono, attore e regista teatrale considerato estremamente anticonvenzionale: nei suoi spettacoli attori professionisti recitano insieme a persone che la società definisce “diverse”. Tra di loro la vera star era Bobò, rinchiuso in ospedale psichiatrico per cinquant’anni.

Bobò sordo-muto, analfabeta; Bobò trasformista: ogni volta che indossa un costume, questo diventa il suo costume; Bobò che ama le bandiere, le mette ovunque: negli hotels, nei teatri. Ma Bobò non ricorda i compleanni, per lui tutti i giorni sono identici. Non sa quale sia il giorno del suo compleanno, le celebrazioni non appartengono al suo linguaggio. Bobò, la voce di un piccolo uccellino, intrappolato fra cani che ringhiavano, forse non ha mai conosciuto i doni, le carezze, i regali, le coccole. In questo manicomio, forse, non ha mai conosciuto l’amore.

Così ci viene presentata la figura di Bobò in Dopo la battaglia, spettacolo che tra i diversi temi trattati affronta anche quello della follia e degli ospedali psichiatrici:

“Io creo un controcanto fra i due temi: quando Alda Merini dice: «mi sono resa conto che i dementi sono al di fuori», è un contrappunto a proposito della demenza collettiva. Penetrare in questi luoghi dove vi sono costantemente queste urla è interessante… per confrontare questa esperienza agli ospedali psichiatrici dei “normali”. È un tema che è già presente nell’Enrico IV di Pirandello: «I folli, siete voi».”

Come distinguere quindi i folli dai normali? Chi stabilisce cosa è uno e cosa è l’altro? Qual è il confine? Scriveva così Artaud, costretto ad indossare la camicia di forza e a passare gran parte della sua esistenza in manicomi:

E così una società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle investigazioni di certe lucide menti superiori le cui facoltà divinatorie la infastidivano.

E così anche lo scrittore Edgar Allan Poe:

Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e più profonde dell’ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell’intelletto normale.

Ciononostante è innegabile che i cosiddetti “matti” facciano parte della schiera degli emarginati. Un grande cambiamento giunge però negli anni Settanta grazie a Franco Basaglia, con il quale assistiamo ad una concreta rivoluzione in campo psichiatrico:

“Un malato di mente entra nel manicomio come una persona per diventare una cosa. Il malato, prima di tutto, è una persona e come tale deve essere considerata e curata (…). Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.” “Io ho detto che non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.”

Da un lato c’è il suo vedere la malattia mentale come una condizione prima di tutto umana e in fondo appartenente a ciascuno. Dall’altro la sua idea di cura che è tutta incentrata ancora una volta sull’umanità di chi quella cura deve ricevere e di chi la deve somministrare. A Trieste infatti mise in atto una modalità di relazione e di cura con i degenti del tutto innovativa istituendo quella che lui stesso definì “comunità terapeutica”. Egli chiamò attori, registi, pittori e musicisti a lavorare con i pazienti, per proporre loro, attraverso le arti, un modo di comunicare non convenzionale, che ognuno dei malati avrebbe potuto costruire su se stesso, e da cui nacquero numerose e differenti iniziative, descritte all’interno di un libro del 1973 di Giuliano Scabia che, da uomo di teatro, collaborò come parte attiva a quel progetto.

Il libro di Scabia è intitolato significativamente Marco Cavallo, come la grande scultura di cartapesta azzurra che fu costruita durante uno di quei laboratori e che fu simbolicamente fatta uscire aprendo le mura dell’ospedale, divenendo icona di libertà.

“Quelli che lavorano coi matti hanno problemi a riuscire a vedere che queste persone possono essere dei grandi artisti. Credo essenzialmente che ognuno ha il suo punto di vista, però credo che siano proiezioni che uno fa rispetto a non riuscire a capire che ci può essere una grande bellezza in persone che magari la società ha etichettato come matte”.

Da un’intervista con Pippo Delbono

Il deforme

Il papa dei folli era stato eletto. […]
Non cercheremo di dare al lettore un’idea di quel naso a tetraedro, di quella bocca a ferro di cavallo, di quel minuscolo occhio sinistro ostruito da un sopracciglio rosso a cespuglio mentre il destro spariva completamente sotto un’enorme verruca, quei denti storti, sbrecciati qua e là, come i merli di una fortezza, di quel labbro calloso sul quale uno dei denti sporgeva come una zanna d’elefante, di quel mento forcuto […].

L’acclamazione fu unanime. Ci si precipitò verso la cappella. Se ne fece uscire in trionfo il fortunato papa dei folli. Ma fu allora che la sorpresa e l’ammirazione raggiunsero il culmine. Quella smorfia era il suo viso.
O meglio tutta la sua persona era una smorfia. Un testone irto di capelli rossi, tra le spalle una gobba enorme il cui contraccolpo si faceva sentire anche davanti, un sistema di cosce e polpacci così bizzarramente contorti che non potevano toccarsi se non all’altezza delle ginocchia e, visti di fronte, somigliavano a due lame di falce che si incontrano nell’impugnatura, piedi larghi, mani mostruose […].

Quello era il papa che i folli si erano appena scelti.
Sembrava un gigante schiantato e mal ricucito.
[…] Di fronte alla perfezione della sua bruttezza, il popolino lo riconobbe all’istante, ed esclamò all’unisono:
– È Quasimodo, il campanaro! È Quasimodo, il gobbo di Notre-Dame! Quasimodo il guercio! Quasimodo lo storpio! Evviva! Evviva!
– Oh! Che scimmia orrenda.
– Malefica oltre che brutta.
– È il demonio.
– Ah! Che brutta faccia da gobbo!
– Ah! Che anima orrenda!

Quasimodo, oggetto di tumulto, stava sempre sulla porta della cappella, in piedi, cupo e grave, lasciandosi ammirare. Mastro Coppole, meravigliato, gli si avvicinò.
– Croce di Dio! Santo Padre! Hai proprio la bruttezza più bella che io abbia mai visto in vita mia.

Tratto da Notre-Dame de Paris, Victor Hugo, Donata Feroldi, Feltrinelli, 2014

La Festa dei folli, tratto dal musical Notre-Dame de Paris, testo: Luc Plamondon (traduzione italiana a cura di Pasquale Panella), musiche: Riccardo Cocciante.

Quasimodo è brutto, molto brutto, e soprattutto è deforme, nonché sordo. La bruttezza condiziona la sua intera esistenza: viene tenuto lontano da tutti, come una vergogna da dover nascondere e celare agli occhi di tutti. La deformità allontana, crea distanza fra Quasimodo e le altre persone, e non permette d’ indagare la sensibilità, l’intelligenza, i pensieri, le capacità di questo “povero diavolo”, come viene definito nel romanzo.

Nel momento in cui si palesa Quasimodo viene acclamato da tutti e si sente importante, si lascia ammirare, non capisce che è tutto una presa in giro: diventa un fenomeno da circo, il circo della Festa dei folli; il popolo ride del suo aspetto, e al contempo ne è disgustato.

Siamo nel medioevo, e così era la società del tempo; e questo era il trattamento riservato a chi era visto come diverso: figlio del demonio, e quindi cattivo e pericoloso, qualcuno da cui stare alla larga.

Fortunatamente nel corso dei secoli la sensibilità collettiva è mutata e si è iniziato a guardare queste persone in modo differente, a capirle, a renderle parte di una società molto spesso con una mentalità ancora troppo chiusa e che, quando si trova a contatto con qualcuno di apparentemente “diverso”, tende a discriminarlo.

Un grande messaggio di speranza si ritrova all’interno del Il circo della farfalla (The Butterfly Circus), cortometraggio del 2009 che racconta la storia di Will, giovane privo degli arti sia superiori che inferiori, interpretato da Nick Vujicic.

Will all’inizio è presentato come un fenomeno da baraccone. È definito infatti un “tronco umano”, beffeggiato e schernito in continuazione allo stesso modo di Quasimodo durante la festa dei folli:

Ed ora ladies and gentlemen avvicinatevi. Una perversione della natura, un uomo, se così si può chiamare, a cui Dio stesso ha deciso di voltare le spalle. Ecco a voi il tronco umano!

Tra le risa delle persone solo un uomo, Mister Mendez, si avvicina a lui, dicendogli che è magnifico. Questo sarà un punto di svolta per il protagonista. Lui, da sempre considerato un povero storpio, guardato da tutti, mai avvicinato, sempre deriso e mai ascoltato, finalmente ha un’opportunità: la possibilità cioè di trovare il proprio posto all’interno del circo, anche se questo percorso non sarà facile.

MR MENDEZ: Splendidi, non trovi? Come si muovono, quanta energia, il colore, l’eleganza, sorprendenti. Ma tu? Maledetto alla nascita, un uomo, se così lo si può chiamare, a cui Dio stesso ha deciso di voltare le spalle…

WILL: Smettila! Perché dici queste cose?

MR MENDEZ: Perché tu ci credi…ma se soltanto vedessi la bellezza che può nascere dalle ceneri.

WILL: Ma sono diversi da me.

MR MENDEZ: Si, ma tu un vantaggio ce l’hai: più grande è la lotta e più glorioso è il trionfo.

Tratto da The Butterfly Circus, Joshua Weigel, 2009

L’omosessuale

“Già a Tunisi per bisogno e per piacere avevo lavorato in un ‘localetto’ che si chiamava la Pochinierre. Mi esibivo en travesti perché la padrona non poteva assumere donne per motivi islamici… avevo un contratto da intrattenitore anche se in realtà facevo il trasformista”.

Così si presenta nel corso di un’intervista Dominot, famoso artista en travesti. Il concetto di travestitismo è da sempre presente nella storia dell’umanità e nelle sue diverse culture. Ci si traveste per gioco, come esigenza ludica o catartica, per necessità, come bisogno legato ad un disagio della sfera sessuale, ma anche per esprimere un’idea, un pensiero o manifestare e liberare aspetti nascosti della personalità. Nel mondo dello spettacolo fin dai tempi della Grecia Antica gli uomini interpretavano i ruoli femminili poiché alle donne non era permesso recitare. Questa usanza era molto comune anche all’epoca di Shakespeare e del teatro elisabettiano nonché nelle sacre rappresentazioni medievali in cui erano i giovani chierici a calarsi nei panni delle tre Marie durante la rappresentazione del Quem queritis in sepulcro. Nel corso del XVII e XVIII secolo si ebbe invece un mutamento, in quanto anche le donne iniziarono a recitare ruoli di personaggi maschili. Questo perché l’estetica del tempo considerava la voce bianca della donna o del castrato come l’unica in grado di esprimere pienamente la dimensione lirica. Le attrici travestite da uomini interpretavano perciò il ruolo dell’amoroso ma, in seguito, le parti maschili en travesti vennero sempre più limitate a personaggi adolescenziali. Esempio di ciò è la figura di Cherubino, giovane paggio presentato da Mozart all’interno de Le nozze di Figaro

Le nozze di Figaro, regia di Frederic Wake-Walker, Teatro alla Scala, Milano, 2016

Il travestimento era inoltre estremamente comune anche per quanto riguarda l’uomo: in questo periodo difatti era d’uso impiegare tenori per rappresentare donne vecchie, ripugnanti o sgraziate, la cui voce veniva perciò resa in modo piuttosto grottesco. Infine, anche nel teatro contemporaneo la recitazione en travesti era molto in voga e vide la crescente diffusione di travestiti. Nonostante ciò questo fenomeno viene ancora percepito con un certo timore, provocando scandalo ed estrema diffidenza. Soprattutto nel XVIII e XIX secolo i travestiti venivano infatti sottratti agli occhi della società perché considerati malati mentali, sebbene un occhio venisse chiuso su alcuni personaggi illustri e sovrani, il cui indossare abiti del sesso opposto era considerato un tratto di “originalità”.

Il mondo dello spettacolo offre quindi un modo per essere liberi di esprimersi per ciò che si è veramente? Il teatro è finzione, è interpretazione di qualcun altro; ma forse coloro che sono visti dalla società come diversi si vedono costretti a fingere nella vita reale, e a quel punto il teatro diventa un luogo dove possono mostrarsi per quello che sono senza la paura di essere giudicati, allontanati, derisi, insultati. Perché il teatro è libertàsincera emozionefolliaambiguità, bellezza.

“Nei miei spettacoli appaio molto forte ma imprendibile. Mi concedo molto ma nello stesso tempo sono sfuggente. Vengo da una scuola di teatro d’immagine e di mimo d’avanguardia. Ogni mio vestito, ogni mio gesto e ogni mia parrucca ha un significato preciso. Non è una facciata: il vestito diventa contenuto”.

Dominot, pseudonimo di Antonio Iacono, nasce a Tunisi. Figlio di immigrati di Caltanissetta, nella città natale incomincia i primi studi di teatro. Giovanissimo si esibisce, travestito da donna, nel locale la Pochinierre.

Intorno ai vent’anni si trasferisce a Parigi, dove studia recitazione presso l’Accademia di Teatro. Per pagarsi gli studi inoltre si traveste e fa spettacoli di spogliarello al Madame Arthur (che all’epoca era, in Europa, il più celebre locale di questo tipo) a Pigalle, e canta al Carousel.

Alla fine degli anni Cinquanta si stabilisce definitivamente a Roma, dove frequenta la café society descritta nel film La dolce vita di Federico Fellini.

Sarà proprio l’incontro nel 1958 con questo grande regista a offrirgli un’importante occasione per mettere in luce tutto il suo talento. Dominot non ha mai nascosto la sua omosessualità e, nella sua ricerca artistica, il travestimento e l’ironia si sono elevati ad arte, riuscendo a rompere con il sorriso e una grazia tutta particolare gli schemi della società del suo tempo.

“Il regista era molto incuriosito, cercava ispirazione per i personaggi del film che aveva in preparazione. Fu ispirato dalla mia vita ma mi opposi a recitare travestito! Non mi andava… lo facevo tutti i giorni e volevo qualcosa che rispecchiasse di più il mio trasformismo. […] Arrivato a Cinecittà mi fecero vedere un tutù e dissi che “sarebbe stato” uno scandalo se l’avessi indossato. [Fellini] mi chiamò e mi chiese come mai volevo fare uno scandalo. Specificai che “io” non volevo fare uno scandalo ma che la mia parte sarebbe stata “poi” un vero scandalo alle proiezioni del film. Lui si è impuntato e me l’ha fatta fare lo stesso. … Ed in effetti mai s’era visto niente di simile sullo schermo. Un vero scandalo per i perbenisti!”

Tratto da un’intervista con Dominot

Lo straniero

People of colour are being failed by the system. The white system. Like a broken pipe flooding the apartment of the people living downstairs. This faulty system is making their life a misery, but it’s not their job to fix it. They can’t – no-one will let them in the apartment upstairs.

This is a white problem. And if white people don’t fix it, someone will have to come upstairs and kick the door in.

Banksy

Nero. Pellerossa. Mulatto. Si parla di persone, esseri umani, ma a quanto pare c’è ancora gente che non riesce ad andare al di là dell’apparenza fisica. Cinquant’anni dopo la dura lotta pacifica del Premio Nobel per la Pace Martin Luther King siamo costretti, ancora oggi, ad assistere ad episodi di violenza contro chi viene percepito come “diverso”. Anche lo straniero è un diverso che genera distanza, diffidenza e paura, e come per tutte le paure c’è il tentativo di esorcizzarla deridendo, ostacolando, sottomettendo

Questo atteggiamento di diffidenza poteva forse essere più comprensibile secoli or sono, quando la conoscenza del mondo era limitata e approssimativa. Di conseguenza anche il significato del linguaggio era differente dal nostro, e soprattutto non vi era la fissazione di classificare le persone su base etnica: 

“Quando Shakespeare usava la parola “nero” non indicava esattamente un tipo etnico, come faremmo oggi. Indicava invece qualcuno con la pelle più scura di un inglese, in un’epoca in cui tutti gli inglesi erano molto molto pallidi”[1]. Nella cultura occidentale il colore bianco è associato al bene e alla purezza, mentre il nero è male, sporcizia; in Othello, the Moor of Venice di William Shakespeare il termine black viene perciò sempre usato in modo dispregiativo:

Her name, that was as fresh/As Dian’s visage, is now begrimed and black/As mine own face.

(il suo nome, che era limpido / come il volto di Diana, è ora insozzato e nero / come la mia faccia.) 

“[…] Inoltre all’inizio del XVII secolo definire qualcuno Moro voleva certamente dire che aveva la pelle scura, ma anche connotarlo dal punto di vista religioso. «All’epoca non esisteva la parola musulmano. Utilizzavano i termini Turco o Maomettano, erano tutti sinonimi».” [2]

Anche la religione era dunque un fattore negativo di diversità, e purtroppo è ancora oggi motivo di discriminazione. Esempio estremamente contemporaneo è Skam, serie italiana creata da Ludovico Bessegato nel 2018 che racconta, in modo crudo e senza filtri, la vita giornaliera di alcuni studenti adolescenti di un liceo di Roma.

Protagonista della quarta stagione è Sana (interpretata da Beatrice Bruschi) ragazza italo- tunisina, diretta, intelligente, ironica, apparentemente fredda e schietta, senza peli sulla lingua insomma. Musulmana praticante, e per questo giudicata, schernita e discriminata da diverse persone nel contesto scolastico, vive la fede con serietà e devozione ma senza rinunciare, nei suoi limiti, allo svago e al divertimento.

Nel corso della stagione si trova ad affrontare un periodo di grande frustrazione, dovuta al suo sentirsi totalmente incompresa dalla società che la circonda e dai suoi stessi amici. Si troverà inoltre costretta ad affrontare un nuovo sentimento, l’amore, con il quale non sa come

rapportarsi per via della sua fede e della sua cultura che anche in questo caso la faranno sentire “diversa” rispetto alle sue coetanee.

Un’opera teatrale del XVII secolo e una serie televisiva a noi contemporanea sollevano dunque la questione della diversità dello straniero, facendoci riflettere. Ma il mondo dello spettacolo ha anche una parte di colpevolezza nella discriminazione razziale: nell’America della prima metà dell’Ottocento, e più precisamente intorno al 1840, era molto popolare il minstrel show, una forma di spettacolo che ha contribuito a far conoscere la cultura dei neri d’America, fino ad allora ignorata. Questo avveniva però in maniera parodistica: la natura del minstrel show è difatti piuttosto controversa poiché vede da un lato ambientazioni, riferimenti letterari e musicali legati alla cultura nera, e dall’altro pubblico e interpreti della comunità dei bianchi; questi ultimi recitavano con la faccia dipinta di nero, mentre dal 1870 anche gli interpreti di colore iniziano ad apparire in scena. I neri venivano quindi rappresentati in maniera stereotipata e offensiva, e mostrati come ignoranti, pigri e superstiziosi: pregiudizi che hanno continuato ad esistere a lungo, e che persistono tutt’oggi nella nostra società.

Fortunatamente l’arte e lo spettacolo, nelle loro diverse declinazioni, hanno anche contribuito a combattere queste reazioni negative e discriminatorie generate da ciò che viene percepito come diverso, e a ricordare che queste persone, come noi, hanno un’anima e una loro sensibilità. Un esempio ci è dato dal mondo di Hollywood, dove alcuni attori hanno sì subito varie forme di discriminazione, ma hanno anche trovato un modo per riuscire a far mettere da parte alla gente i propri pregiudizi.

“Il mondo del cinema, come quello della TV, ha avuto e continua ad avere un indubbio merito rispetto al mondo esterno: lavora, e lo fa da anni, per superare queste discriminazioni. Mentre nella vita vera neri, ispanici e i rappresentanti di altre minoranze faticano ad integrarsi, sul piccolo e sul grande schermo ci si sforza continuamente di inserirle, mostrarne le vite, far vedere che un mondo insieme è possibile, pur nelle differenze. A trarre giovamento da questo tentativo di dar spazio a tutte le minoranze sono stati gli attori di colore, che mai come in questi ultimi vent’anni hanno trovato ruoli pronti per loro. Alcuni di essi sono riusciti ad arrivare perfino all’Oscar, sia in campo maschile che femminile, un traguardo raggiunto per la prima volta dal veterano Sidney Poitier”. [3]

Sidney Poitier: Oscar come Miglior attore protagonista per I gigli del campo (1964).

Una delle saghe cinematografiche più di successo, Star Wars, ha impiegato diversi attori neri per ruoli di una certa importanza: dalla prima trilogia con Lando Calrissian interpretato da Billy Dee Williams, a Samuel L. Jackson nei panni del maestro jedi Mace Windu, fino ad uno dei protagonisti dell’ultima trilogia, Finn, interpretato da John Boyega, giovane ragazzo che si è distinto per il discorso tenuto pochi giorni fa durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter.

Nonostante ciò, pare che ci sia ancora molta strada da fare. “Dove sta tutta la gente di colore nella Galassia di Star Wars?”: è questo ciò che si domanda Donald Glover, l’attore che interpreta il giovane Lando nel film Solo: A Star Wars Story. Ospite dello show Saturday Night Live ha fatto notare, in modo ironico e divertente, che nel franchise della Lucasfilm il numero delle persone nere è ridotto se pensiamo all’enorme quantità di persone che abitano una galassia.




Ha fatto capire, insomma, che le diversità in Star Wars sono ancora limitate, proprio come nella vita reale, in cui la gente è ancora costretta a combattere per ottenere pari rispetto, dignità, considerazione e amore. Avrà mai una fine questa assurda “mezzanotte senza stelle di guerra e razzismo”? [4]

Fonti:


[1]-[2] Isaac Butler, Why Is Othello Black?, 2015, http://www.slate.com

[3] Ermanno Ferretti, Cinque attori di colore famosi e bravi, http://www.cinquecosebelle.it

[4] Martin Luther King, citazione

***

Ogni giorno quante volte ci guardiamo allo specchio? Quante volte ci sentiamo insoddisfatti del nostro aspetto? Quanto tempo dedichiamo al nostro corpo? Quanti sono al mondo i soldi spesi per interventi chirurgici per essere più belli?
Occorre fermarsi e riflettere.
“Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso”: così scriveva Modugno nella sua canzone Meraviglioso.
Siamo troppo impegnati a giudicare da non accorgerci spesso di ciò che ci sta intorno, della bellezza che ci circonda. Allora etichettiamo tutto ciò che non conosciamo e che ci sembra strano, ci spaventa o ancora ci interessa con il termine “diverso”. Ma cosa significa veramente? Forse i diversi siamo noi che non siamo in grado di cogliere tutto questo “meraviglioso”?

A cura di Giulia Leali e Maddalena Parodi

Aspettando Godot di Samuel Beckett

Estragone e Vladimiro aspettano un certo Godot. Mentre attendono compaiono lungo la stessa strada il proprietario terriero Pozzo che tiene al guinzaglio il suo servitore, Lucky.  Successivamente i protagonisti vengono informati da un ragazzo che Godot li avrebbe raggiunti il giorno seguente.  L’indomani i fatti si ripetono e, confidando nel nuovo messaggio di Godot, Vladimiro ed Estragone attendono immobili il suo arrivo.

Don Giovanni di Molière

Abbandonata Donna Elvira per seguire una nuova avventura, Don Giovanni inscena un naufragio e, soccorso da un pescatore, tenta di sedurne la donna. Appresa la notizia che i fratelli di Elvira sono sulle sue tracce, travestito, fugge e si imbatte nella statua del Commendatore, ucciso sei mesi prima, che invita a cena.

La sera l’uomo riceverà la visita di vari personaggi che lo ammoniranno per la sua condotta. Tuttavia Don Giovanni resterà fedele alle sue scelte e per questo verrà condotto all’inferno.

Giulia Leali

Edipo re di Sofocle

A Tebe dilaga la peste: è la punizione per la morte del re Laio rimasta impunita. Edipo, nuovo re di Tebe molto amato dal suo popolo, nell’arco di un solo giorno viene a conoscenza della tragica verità sul suo passato: inconsapevolmente ha difatti ucciso il proprio padre, Laio, e giaciuto con la propria madre, la regina, diventando così anche colpevole dell’epidemia di peste che imperversa nella città. Scoperto tutto ciò e terribilmente sconvolto Edipo si acceca e chiede di andare in esilio.

Giulio Cesare di William Shakespeare

Roma: il console Giulio Cesare sta acquisendo sempre più potere e alcuni senatori organizzano una congiura per assassinarlo il giorno delle idi di marzo. Per “amor di patria” e convinto da Cassio anche Bruto, a malincuore, partecipa alla cospirazione. Al funerale di Cesare Marco Antonio riesce con una toccante orazione a portare il popolo romano contro i congiurati.

Filippi: i cospiratori perdono la battaglia contro Marco Aurelio; Cassio e Bruto preferiscono uccidersi piuttosto che essere fatti prigionieri.

Maddalena Parodi

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