La Plaza, un’agorà urbana alla Triennale Milano [Sara Alessandrelli]

“Vedo il mondo come un’immagine,

un’immagine che non mi appartiene,

un’immagine ferma e morta.

Non faccio differenza tra il quadro e la parete dov’è appeso il quadro, né alla persona che lo sta guardando “

Un’immagine ferma, solenne, di raccoglimento. Questo è ciò che ricordo del palco appena entrata nella sala della Triennale Milano quando andai a vedere, nel marzo dello scorso anno, l’ultimo spettacolo del collettivo El Conde de Torrefiel: LA PLAZA.

El Conde de Torrefiel è una compagnia catalana fondata da Pablo Gisbert e Tanya Beyeler nel 2010, a Barcellona. Questi, in seguito ad un percorso di studi di teatro e filosofia, approfondirono altri campi di interesse comune quali la musica e la danza contemporanea, con lo scopo di  proporre in scena un connubio equilibrato tra queste arti. In questo contesto si inserisce LA PLAZA, che vede tra i suoi interpreti parte della compagnia storica e degli attori locali selezionati per l’occasione.

Foto di Luisa Gutiérrez, Bruno Simao, Gianluca di Ioia (Blanca Añón)

La scena che si presenta subito allo spettatore lo mette in una condizione di meditazione tale da rendere l’attesa un momento di raccoglimento individuale e agghiacciante. Sul palco, infatti, è presente una distesa di fiori variopinti e dei piccoli lumi cimiteriali, che ricordano molto gli scenari funebri tipici della tradizione ispanica. La sensazione, a pelle, che si ha alla vista di questa immagine così evocativa, è quella di essere parte di una commemorazione collettiva, che suscita negli spettatori empatia e curiosità.

Dopo la lunga attesa, compaiono in scena delle scritte, che dichiarano il compimento ultimo di un’opera teatrale, durata 365 giorni e in corso contemporaneamente in 365 città diverse, nella medesima modalità.

Lo spettacolo è quindi terminato, si chiude il sipario e si ode il vociale delle persone che si apprestano a tornare a casa tra le riflessioni e le conclusioni generali di ciò che è stato appena visto. Dopo ciò, il sipario si alza nuovamente e la scena si presenta allo spettatore in modo diverso, con delle quinte grigie, anonime, che privano il palco di una qualsiasi collocazione spaziale o temporale.

Foto di Luisa Gutiérrez, Bruno Simao, Gianluca di Ioia (Blanca Añón)

Improvvisamente la scena si anima e diventa una piazza frequentata da numerosi manichini silenziosi, che ricordano molto i soggetti dei dipinti di Magritte e De Chirico. Il volto degli attori è infatti celato da zentai color carne, che li rende anonimi e irriconoscibili al pubblico, se non per alcuni dettagli degli abiti che indossano, che permette la sola distinzione di genere o il mestiere di alcuni di loro; come nel caso della guida turistica, o del rider della Glovo, che attraversa la scena con il suo zaino squadrato e la bicicletta sportiva.

Foto di Luisa Gutiérrez, Bruno Simao, Gianluca di Ioia (Blanca Añón)

Gli attori si muovono in scena secondo uno schema ben preciso, nulla è lasciato al caso, e i soli movimenti rendono chiari allo spettatore le varie scene che si susseguono sul palco, come se fossero momenti diversi della vita di ciascuno di noi, che si intrecciano, e creano così la trama dello spettacolo. Si comincia con una scena semplice ma, al contempo, ambigua, quella di un mercato, probabilmente mediorientale, animato da diverse donne che si prestano a far la spesa, sotto lo sguardo vigile di un soldato armato.

Ad accompagnare i movimenti degli attori durante lo spettacolo vi sono dei soprattitoli, che si dissociano completamente da quello che accade in scena. Le parole impresse sono le riflessioni di un narratore esterno alle vicende che, al termine della performance, riflette su ciò che ha appena visto e su ciò che incontra sul tragitto verso casa. Un’ esempio è il gruppo di arabi che incontra ad un bar che suscitano , generalmente, nell’ uomo occidentale un sentimento misto di paura e odio, anche se apparentemente innocui, e alla violenza verbale a cui anche loro sono soggetti quotidianamente.

Foto di Luisa Gutiérrez, Bruno Simao, Gianluca di Ioia (Blanca Añón)

Le immagini scorrono numerose di fronte noi e la scena si trasforma nuovamente, sotto le riflessioni dell’io pensante. Le luci si abbassano e lasciano lo spazio a due donne, palesemente ubriache che, nel tentativo di tornare a casa, ne perdono di vista una terza, che perde i sensi per strada, sotto lo sguardo indifferente dei passanti. Gli unici interessati a lei sembrano essere due uomini, che invece che prestarle soccorso, tentano di abusare di lei mentre giace a terra esanime, cominciando a sfilarle l’intimo e fotografandosi con il “bottino” tra le mani. Prima che ciò accada però la donna si sveglia, e i due si danno alla fuga prima che si riprenda del tutto. Nel frattempo il nostro narratore ha intrapreso la strada che lo porta verso casa e riflette su quanto sia rilassante camminare tra le vie della propria città e lasciarsi trasportare dalla musica del proprio cellulare, che ci permette di modificare il luogo attorno a noi con l’immaginazione, e anche i passanti, come se fossimo tutti parte di un unico film.

Le scene si susseguono fino a quella finale, di una troupe televisiva che riprende delle scene all’ interno di un obitorio, probabilmente, data la presenza di un cadavere posto su un tavolo coperto. La scena prevede diversi ciak: una donna e un uomo si avvicinano al corpo, lo scoprono e lo ricoprono successivamente. Non si percepisce lo stato d’animo degli attori per via del costume di scena, ma salta subito all’ occhio il cadavere completamente nudo e, soprattutto, a volto scoperto, come se la maschera che prima indossava fosse sparita, e che la morte l’avesse portata via con se, privandola così dell’anonimato.

Foto di Luisa Gutiérrez, Bruno Simao, Gianluca di Ioia (Blanca Añón)

Nel frattempo il testo continua a scorrere, e si legge di come il narratore sia giunto a casa, abbiamo cenato e in seguito si sia seduto davanti al computer e abbia visto un film porno. Solo dopo il raggiungimento dell’orgasmo scopre che ad averlo eccitato sia stata Linda Lovelace, un’attrice scomparsa ormai da qualche anno, e di aver goduto quindi di un’immagine di una defunta. Al termine di questa riflessione, nota l’ora tarda, e va a dormire.

Lo spettacolo sviluppa dall’inizio alla fine il medesimo tema: una riflessione profonda sulla morte che, inevitabilmente, è parte della vita di ciascuno di noi. La signora nera si è presa la scena fin dall’inizio, da quel tappeto di fiori e lumini, al tavolo da obitorio, e ha risvegliato in noi sentimenti contrastanti: la paura del diverso, ad esempio, o il timore della morte, o ancora la rabbia per l’indifferenza dei passanti alla vista di una donna indifesa… tutti sentimenti genuini che mettono chiunque nella condizione di riflettere e chiedersi se ciò che si è visto in scena sia davvero così distante dalla realtà di ciascuno in sala, e su quanto la nostra società a volte sia egoista, indifferente e asettica.

Con questa performance El Conde de Torrefiel provoca il pubblico, lo smuove portando

“uno spettacolo pensato come una piazza cittadina, che racconta il presente facendo leva sulla memoria collettiva del passato”.

LA PLAZA
di Pablo Gisbert
Regia, Tanya Beyeler and Pablo Gisbert
Ideazione,  El Conde de Torrefiel in collaborazione con i performer
Cast, Gloria March Chulvi, Albert Pérez Hidalgo, Mónica Almirall Batet, Nicolas Carbajal, Amaranta Velarde, David Mallols + local performers (Marta Cataldi, Valeria De Santis, Claudia Gambino, Eleonora Giovanardi, Mauro Guglielmo, Francesco Meola, adriano Nasti Wood, Juan Guillermo, Nunez Mora, Giulia Ravarotto, Paolo Vanoli)
Stage design, El Conde de Torrefiel & Blanca Añón
Costumi, Blanca Añón & Performers
Light design, Ana Rovira
Sound design, Adolfo Fernández García
Stage manager,  Isaac Torres
Tecnici in tour, Roberto Baldinelli, Javi Castrillón
Diffusione e tour management, Caravan Production
Una produzione Kunstenfestivaldesarts (Brussels), El Conde de Torrefiel
Co-produzione Alkantara & Maria Matos Teatro (Lisbon), Festival d’Automne & Centre Pompidou (Paris), Festival GREC (Barcelona), Festival de Marseille, HAU Hebbel am Ufer (Berlin), Mousonturm Frankfurt am Main, FOG Triennale Milano Performing Arts, Vooruit (Ghent), Wiener Festwochen (Vienna), Black Box Theater (Oslo), Zurcher Thetaerspektakel (Zürich)
con il sostegno di Zinnema (Brussels) , Festival SÂLMON, Mercat de les Flors and El Graner – Centre de Creació, Barcelona, Fabra i Coats, centre de creació Barcelona

Durata: 1h 30′

Visto a Milano, Triennale Milano Teatro, marzo 2019.

[di Alessandrelli Sara]

https://www.triennale.org/eventi/torna-a-milano-el-conde-de-torrefiel-collettivo-spagnolo/

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“GIULIO CESARE” di William Shakespeare

Il dramma di Cesare, le Idi di Marzo e la rivolta dei cesariani contro i congiurati. Shakespeare propone uno degli avvenimenti storici più importante dell’antica Roma in una chiave diversa: non parla di eroi valorosi, ma di uomini e delle loro incertezze e paure . Nonostante Giulio Cesare dia il nome all’opera, Shakespeare pone la sua attenzione su Bruto, il gruppo di cospiratori ed i loro conflitti interiori.

Oggetto : Corona.

“SABATO, DOMENICA, LUNEDÌ” di Eduardo De Filippo

Nell’opera De filippo analizza quella che poteva essere una grande famiglia napoletana degli anni sessanta, che manifesta i primi sintomi di disgregazione del “ sistema patriarcale”, che in questo testo vengono affrontati con ironia e semplicità all’interno delle mura domestiche di una famiglia piccolo medio borghese.

Tre giornate, ciascuna per ogni atto (sabato domenica e lunedì), sono come tessere di un mosaico in cui la tranquillità sta per essere travolta da un’infondata minaccia di gelosia. A far da sfondo, la celebrazione di alcuni piccoli riti “sacri” per la famiglia, come l’allestimento del presepe o la preparazione del ragù della signora Rosa Priore, che sarà motivo di conflitto tra i presenti.

Oggetto: Pentola di rame (per preparare il ragù).

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