I Sette Re di Roma [Chiara Repetti]

Leggenda musicale in due tempi

1989, Teatro Sistina, Roma

Trasmesso da Rai − Radiotelevisione italiana S.p.A.

Attori e personaggi
Regia: Pietro GarineiGigi Proietti: Tiberino, Enea, Fauno Luperco, Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, padre degli Orazi, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo, Bruto
Sceneggiatura: Luigi MagniGianni Bonagura: Giano
Produzione: Renzo FioravantiElisabetta De Vito: Tanaquila
Musiche: Nicola PiovaniMarina Lorenzi: Tarpea, Lucrezia
Coreografia: Micha van HoeckeMassimiliano Fabiani: Contadino, Senatore
Scenografia: Uberto BertaccaSonia De Micheli: Egeria
Costumi: Lucia MirasolaSimona Patitucci: Orazia
Luci: Giancarlo BottoneAlessandro Spadorcia: Contadino, Senatore
Fotografia: Pietro MorbidelliGiancarlo Balestra: Contadino, Senatore
Sergio Zecca: Contadino, Senatore, Mezzio Fufezio
Elena Berera: Ersilia
Donatella Pandimiglio: Ocrisia

Atto primo

Il sipario si apre e arriva la prima macchina scenica, il dio Apollo con il suo carro volante che segna l’inizio e la fine del giorno, contemporaneamente si alzano le voci di un coro che celebra la città di Roma e che si augura possa splendere per sempre.

Sale il fondale e incontriamo Tiberino, personaggio interpretato da un Gigi Proietti accolto calorosamente; già dalle sue prime parole si capisce che la messa in scena non si limiterà ad un mero intrattenimento, ma si concentrerà ad analizzare anche l’etimologia delle parole che costituiscono la storia di Roma dalla sua nascita fino alla cacciata dei Tarquini.

Scopriamo che ventisette secoli fa il fiume Tevere si chiamava Rumon (fiume in etrusco) e che forse può aver dato lui il nome alla città di Roma, per cui tra le due rive dove si trova il Gianicolo, prima di Roma lui c’era già.

Nel proseguire con i confronti tra quello che oggi era nel passato, non mancano provocazioni:

Giano (interpretato da Gianni Bonagura) così divenne un dio, Saturno inoltre gli concesse una seconda faccia rendendolo il solo capace di vedere il passato e il futuro.

Cambio in scena, entra una nave e il suo capitano è Enea (Gigi Proietti), il coro lo introduce al pubblico riassumendo brevemente la sua storia.

Passato velocemente, Giano prosegue con la storia e racconta di Ascanio, figlio di Enea che fondò sui colli Albani la città di Alba longa, chiamata così perché, urbanisticamente, sviluppava in lunghezza. Citate le personalità che storicamente seguono, si sofferma sulla “generazione di Numitore, padre di Rea Silvia, fratello dell’usurpatore Amulio, quelli che vedranno sorgere la città quadrata (Roma) …”

Compare Il sacello della dea Ruma, protettrice dei lattanti e degli armenti. Il suo nome, nella lingua degli Oschi, vuol dire colle e forse da Ruma, anziché da Rumon, prese il nome la città. Il suo frutto è il fico ruminale, il fico del fiume se viene da Rumon ed è qui che si compiranno i fatti.

Fa la sua entrata Fauno Luperco (Proietti), divinità silvana, vive in una grotta ai piedi del Palatino che ha il compito di proteggere la gente dai lupi, per questo nascono i Lupercali una serie di festeggiamenti in suo onore. Racconta di Acca Larenzia, la moglie del pastore Faustolo, che è lupa per metafora e come dirà Tito Livio, si fa lupa, “Lupam Inter Pastores”, “una maniera garbata, da elegante prosatore, per dire che fa la mignotta…”, oppure c’è anche la possibilità che la donna soffre del male del lupo e che nelle notti di plenilunio si trasforma in lupa.

Entra in scena una scultura raffigurante Romolo e Remo con la lupa, Il coro che viene illuminato racconta la storia della loro nascita.

Cambio scena, Romolo (Gigi Proietti) è cresciuto e piange, ha assassinato suo fratello e per questo ha paura dell’arrivo delle Erinni, Giano lo rassicura, perché ritengono l’assassinio un atto celeste per ristabilire l’ordine all’affronto che Remo ha causato saltando il solco sacro della città quadrata.

È il 21 aprile del 753, Romolo fonda la città di Roma.

Entra il coro e insieme a Romolo cantano del Ratto delle Sabine.

Irata entra Ersilia (Elena Berera), figlia di Tito Tazio, re dei Sabini e i due discutono.

Dopo aver fondato la città infatti spettava il compito di popolarla, ma i Romani erano un popolo senza donne, quindi Romolo organizzò una grande manifestazione, una Consualia, in onore di Conso, dio dei granai e degli approvvigionamenti. A questa festa invitò i Sabini con le rispettive mogli e figlie, ma all’apice del divertimento, i Romani rapiscono le donne sabine e con le armi scacciano gli uomini.

Secondo Plutarco l’usanza di prendere in braccio la sposa per farla entrare in casa, che viene praticata dai popoli civili, a origine da queste circostanze.

In seguito a questo evento, il re Tito Tazio, alla guida del suo popolo si reca a Roma per chiedere la restituzione delle donne e vendicarsi dell’affronto subito. Entrati in città grazie all’aiuto della giovane Tarpea (qui interpretata da Marina Lorenzi), figlia di Spurio Tarpeio, comandante dell’Arce Capitolina. Apre le porte al nemico in cambio dei bracciali d’oro che i soldati Sabini portano al braccio sinistro, viene però imbrogliata e uccisa (scena che possiamo ancora vedere nei bassorilievi del fregio della Basilica Ulpia).

La tradizione però non prende in considerazione il fatto che se Roma era una città senza donne, Spurio Tarpeio, come faceva ad avere una figlia?

L’Arce Capitolina cadde perché Spurio Tarpeio non fu capace di difenderla, e la storia della presunta figlia è solo un’invenzione per coprire la disfatta militare.

Sopraggiunsero le donne che chiesero un armistizio perché si erano affezionate ai loro rapitori e non potevano consentire che si versasse altro sangue. I due popoli si riappacificarono e Romolo regnò sulla città con Tito Tazio, così i Romani ed i Sabini formarono un solo popolo.

Uscita di scena Tarpea, si scopre che forse anche lo stesso Romolo non è mai esistito, e che è la città ad aver dato a lui il nome anziché il contrario.

Giano ci informa che Romolo fu divinizzato e divenne il dio Quirino, dalla “quiris”, in latino lancia, che teneva in mano, e i Romani, da lui, presero, appunto, il nome di Quiriti. Ci dice anche che per l’antico patto sottoscritto al tempo di Tito Tazio, a un Romano, nel regno deve succedere un sabino, a un sabino un romano e così via.

Cambio scena, ora ci troviamo in aperta campagna dove alcuni contadini lavorano ai campi e in primo piano troviamo una casa, e al suo interno aspetta di diventare re, Numa Pompilio (sempre interpretato da Proietti).

Numa Pompilio Di Curi in Sabina viene nominato secondo re di Roma, primo re storicamente accertato.

Il suo regno durò quarantatré anni.

Come dice Pisone, morì di vecchiaia e di un dolce male, gli dei non lo elessero in cielo, gli uomini non lo divinizzarono. Fu seppellito sul Gianicolo in una tomba apposta, fra cocci di anfore e altro materiale di scarso interesse archeologico.

Ritorniamo davanti alle porte che tengono rinchiuso Giano quando ecco che entra a passi di marcia militare il terzo re di Roma, Tullo Ostilio “Ner senso che so’ bellicoso pe’ definizione…” (ancora Proietti).

Fa capire immediatamente che è bellicoso dichiarando che la pace è per i morti, così dopo aver messo in chiaro la sua posizione ostile e diffidente nei confronti degli dei, racconta della situazione con gli Albani, che passano il confine per rubare le mandrie e ampliare il territorio.

Tra i due popoli quindi si arriva ad un ultimatum, se entro trentatré giorni non vengono restituite le mandrie scoppia la guerra. E fu così.

Giano: “Numa ha inventato il calendario perché i Romani ricordassero il compleanno delle mogli, pagassero i debiti alla scadenza, ricordassero quando era il tempo di seminare il campo, Tullo Ostilio lo adopera per intimare l’ultimatum ai nemici”.

Intanto gli Etruschi si preparano a finire il malconcio vincitore, così i Romani insieme agli Albani si misero d’accordo nel fare una guerra senza colpire gli eserciti,

GIANO: “… dice Tito Livio che c’erano per caso nei due eserciti tre fratelli gemelli non dissimili né di età, né di forza, erano gli Orazi e i Curiazi. Tutti conoscono l’episodio della battaglia, delegata e combattuta dai campioni in rappresentanza degli eserciti: al primo scontro due Orazi cadono, il terzo illeso, scappa via! I Curiazi lo inseguono ma sono feriti e perciò si distanziano l’uno dall’altro, cosicché Orazio, che ha inventato la prima ritirata strategica della storia, li affronta uno per volta e li ammazza tutti e tre. Pochi però sapevano dell’amore suburbano che univa la sorella degli Orazi, a uno dei Curiazi.”

Escono i due militari ed entra Orazia (Simona Patitucci) che cantando racconta la sua storia d’amore proibita. Alla fine viene uccisa dal fratello.

GIANO: “… E mentre le figure degli Orazi restarono a giganteggiare nella storia romana, quella dell’Orazia fu giustamente dimenticata! Perché, se è lecito anteporre alla patria a tutto, anche alla giustizia, non è lecito anteporre l’amore alla patria! Prendete nota cittadini dell’ipocrisia del potere, che ammanterà sempre di nobili sentimenti le ingiustizie più nere!”

Escono tutti, buio e lentamente ritorna Tullo Ostilio che dopo aver rincarato la dose per quanto riguarda la diffidenza che ha per gli dei, racconta che dopo aver raso al suolo Alba longa lasciando però intatto il tempio di Giove, proprio quest’ultimo scende in terra come statua di pietra e lo fulmina.

Sipario.

Atto secondo

Siamo di nuovo in senato dove si discute chi mai può essere il folle che siederà al trono come quarto re. Entra il Sabino, nonché nipote di Numa Pompilio, Anco Marzio (Proietti) che accetta l’incarico, ma con un principio ben chiaro, i romani non inizieranno mai più una guerra per primi, ma se costretti la finiranno solo per secondi (concetto di Plutarco) e ristabilire la concessione degli dei.

I principi del senato iniziano subito a discutere dei disordini che gli “inurbati” come i Latini, Sabini e Albani provocano.

Anco Marzio però cerca di guardare al futuro, e vede un popolo di gente diversa ma affratellata.

Passato un breve momento di nostalgia dei tempi di Numa, si ritorna al “presente” e si cerca di trovare una soluzione ai numerosi delinquenti e a dove collocarli, Anco Marzio inventa così il carcere,

ANCO MARZIO: “Allora faccio, dico, qui ci vorrebbe… un carcere! Dice, e che è il carcere? Dico, dicesi carcerem, nel circo, lo steccato che trattiene li cavalli prima della corsa; dico bene, famone uno pe’ trattene’ li delinquenti e così ci avremo uno stabilimento a ciclo completo, a due piani, detto carcere Tulliano: ar piano de sopra ci metteremo quelli che con un neologismo chiameremo carcerati; e ar piano de sotto eseguiremo le sentenze, mediante strangolamento artigianale… fatto a mano; un pozzo, il Tullus, da cui Tulliano, comunicante al fiume, consentirà una rapida e inosservata eliminazione delle scorie umane… Aho! Manco l’avevamo finito de costruì, che ci avevamo schiaffato dentro mezza Roma!”

Cambio scena, spariscono le sbarre del carcere e compare il ponte che collega l’Etruria con la Magna Grecia, dove ad attendere il re c’è Giano.

Segue un battibecco tra i due a causa del disboscamento del Gianicolo, quando lo squillo delle trombe di guerre attira la loro attenzione, sono i Latini, e prendono le armi per primi.

ANCO MARZIO: “E allora io ho ridotto all’obbedienza Politorio e ristabilito l’ordine alle frontiere e ho deposto le armi per secondo, ma questa rimaneva la frontiera sempre più esposta… il ponte de legno verso gli Etruschi; dicono che l’ho costruito io, ma mica è vero; io ho costruito Ostia, a la foce der fiume, dal latino Ostium, che vor dì foce… er ponte, esisteva da prima e collegava l’Etruria co la Magna Grecia; nun è vero che Roma nasce da Romolo! Roma nasce pe’ via de sto ponte, come punto d’incontro e di scontro.

GIANO: E resterà famoso lo scontro di Orazio Coclite, che da solo, in mezzo al ponte, fermò l’esercito etrusco di Porsenna, essendo per altro Coclite, che significa da un occhio solo.”

Anco Marzio così si incammina sul ponte per sparire misteriosamente per sempre, con un malinconico addio.

Cambio scena, dopo l’appunto di Giano riguardo all’assenza di informazioni riguardanti le regine di Roma entrano le coriste che ci espongono il loro punto di vista.

Finito il breve intermezzo, Giano introduce l’arrivo del quinto re di Roma, Lucumone di Tarquinia.

TARQUINIO PRISCO: Vabbè, ma io co sto nome che ci ho, Lucumone…

TANAQUILA: E… te lo cambi, anzi te lo cambi subito, così appena arrivi a Roma te presenti cor nome romano. Da oggi, pe’ tutti e pe’ la Storia, sarai… Tarquinio Prisco.

TARQUINIO PRISCO: E perché Tarquinio?

TANAQUILA: Perché vieni da Tarquinia!

TARQUINIO PRISCO: E perché Prisco?

TANAQUILA: Perché sarai er primo.

Tarquinio quindi si butta in politica e mostrandosi ossequioso alla tradizione romana e agli dei della città, conquista il cuore della plebe, Tito Livio lascia intendere che l’etrusco salirà al trono solo con il consenso di Roma, ma il fatto è mistificato.

L’arrivo a Roma non è dei migliori, rimane estremamente deluso dello stato della città.

 Per quanto faccia per il popolo romano, Prisco non viene visto di buon occhio, soprattutto dai figli anonimi di Anco Marzio e dagli schiavi deportati dalle città dei popoli Latini, e Sabini, come la schiava Ocrisia (moglie del re Latino de Cornicolo).

Apprendiamo così della nascita di Servio Tullio, figlio di Ocrisia e Priapos.

A causa del suo progetto di maritare sua figlia con Servio Tullio (schiavo), i figli di Anco Marzio assassinano Tarquinio Prisco, e comincia così, la commedia di Tanaquila (interpretata da Elisabetta De Vito), moglie di Prisco, che tenne in vita un cadavere e comunicò al Senato che per volontà del re e per il periodo della sua convalescenza, tutti dovevano obbedire a suo genero Servio Tullio.

Servio Tullio diventò così il sesto re di Roma, eletto dal senato. Le sue figlie si sposano coi figli di Prisco, tra cui Tarquinio il Superbo, che spodesterà il re e sarà sua moglie a finire il lavoro.

TARQUINIO IL SUPERBO: Ecchime qua! Eh, eh, eh! Ecchime qua…

(CANTATO)

So’ pronto

Lo sai chi

So’ io

Te paro poco io

Che so’ Tarquinio er re

Ma tu te re… endi conto

Che er re so’ solo io

E che vor dì esse re

Nessuno è più de me.

Così è re l’ultimo dei Tarquini, re tiranno che governa senza il voto del popolo, assassina i senatori all’opposizione e tratta Roma come possedimento personale.

I figli iniziano a chiedersi chi possa prendere il suo posto al trono di Roma e due s’incamminano per andare a Delfo per conoscere la sorte dei Tarquini, mentre Sesto Tarquinio rimarrà a Roma per Lucrezia, moglie di Collatino.

Incontriamo così Lucio Giunio Bruto, l’unico superstite dell’assassinio della sua famiglia per mano di Tarquinio il superbo.

GIANO: “Bruto, in latino, significa imbecille e Lucio Giunio Bruto deve la sua vita al fatto di essere imbecille; Tarquinio il Superbo gli ha sterminato la famiglia, ha risparmiato solo lui perché è lo scemo del villaggio, ma… eccolo che arriva!”

Lui insieme ai due Tarquini quindi partono per il viaggio.

Noi invece restiamo a Roma, e facciamo la conoscenza di Lucrezia (interpretata da Marina Lorenzi),

LUCREZIA: “Sesto Tarquinio me ronza sotto la finestra perché vorrebbe infilasse dentro al letto mio. Pensate attraverso quali vicoli zozzi passa tante volte la strada della storia. Sono Lucrezia romana de Collazia, di fatti mi marito è Collatino. Adesso non c’è e Sesto Tarquinio si fa avanti, perché l’uomo è vigliacco pe’ principio. Sono il primo personaggio femminile preso sul serio dalla storia. Bruto e Lucrezia, uno scemo e una donna, le minoranze si fanno alla ribalta e io sarò la madre della patria. …”

Cambia la scena, escono Lucrezia e Sesto, al loro posto ritornato gli altri Tarquini con Bruto e scopriamo che l’oracolo ha detto “avrà er potere chi de voi arriverà per primo a Roma a bacià la Madre…”.

Bruto, che se pur orfano, bacia la madre per primo, la Terra che è la madre di tutti.

Entra in scena Lucrezia,

LUCREZIA: “Sesto Tarquinio è entrato dentro casa mia! Va a chiamà mi marito che invece de fa la guerra ai Rutuli di Ardea, se ne potrebbe sta a casa sua a guardà la moje e, chiama pure mi padre, Spurio Lucrezio, perché stanotte mentre dormivo… ho perso l’onore!”

Come sappiamo a seguito dello stupro di Lucrezia per mano di Sesto Tarquinio, il popolo di Roma caccia i Tarquini e finì così il tempo dei re.

(CANTATO)

POPOLO: (coro) Nun lo volemo sapè, nun volemo pensà a tutto quel che verrà, che ne sarà de tutto er tem-po passato dev’esse saputo, dev’esse ricordato, pe’ nun sbajà.

BRUTO: Ecco che torna er sole cor caretto,

i sette re se l’è portati via!

E adesso regna er popolo che è l’unico sovrano che ce sia.

Finisce qui la favola de Roma,

però nun ce chiedete la morale,

non importa si è storia, legenda o fantasia,

se è borgo de provincia o capitale,

o solamente Roma purché sia…

Sipario.

Finisce così la leggenda musicale, che racconta 244 anni di storia in un mitico racconto di uomini e Dei, antichi Padri e divinità indigene, per arrivare alla fondazione della città quadrata. Nel capolavoro assoluto della produzione teatrale di Luigi Magni, non mancano anche allusioni e riferimenti alla realtà contemporanea.

Gigi Proietti che da Romolo a Tarquinio il Superbo interpreta i sette re e non solo: ironici, dissoluti e problematici, Gianni Bonagura (Giano), che introduce e commenta gli avvenimenti, gli altri autori, come Umberto Bertacca, che firma le scene, che costruite su due girevoli, sono capaci di sbalordire tutti, Lucia Mirisola, che ha creato numerosissimi costumi, tutti coloratissimi, le musiche di Nicola Piovani e il magnifico lavoro dell’intero corpo della compagnia hanno reso I sette re di Roma, un successo che ancora oggi riesce a emozionare.

Chiara Repetti

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Riassunti

Amleto: Tragedia che narra le vicende di Amleto, principe di Danimarca. Elsinore, grazie all’incontro con lo spirito del padre defunto, Amleto, scopre che ad ucciderlo è stato suo zio Claudio, il quale sposando la madre, eredita il trono. Amleto decide quindi di fingersi pazzo per preparare la sua vendetta, ma i dubbi e le esitazioni metteranno a dura prova la sua determinazione.

Manette cinesi

Le tre sorelle: Dramma che racconta la vita delle sorelle Prozorov: Ol’ga, la maggiore; Maša, sposata con un uomo che non ama e infine Irina, la più giovane; insieme a loro vive anche il fratello Andrej. A rallegrare le loro tristi giornate di provincia è l’eccitazione per un futuro a Mosca e la compagnia di alcuni soldati dell’esercito. Dal matrimonio del fratello con una donna che non merita, tutte le loro speranze incominciano a sgretolarsi, sarà la partenza dell’esercito a segnare la fine.

Specchio

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